STORIE IMPOSSIBILI



Nel blu tranquillo della bonaccia eccolo che apparve dopo qualche minuto di salpaggio continuo: era un grongo, un mostro mai visto; con provata sicurezza Giulio lo portò a fianco barca, lo fece entrare saggiamente dalla coda nel capace guadino e si limitò a tenere sollevato sull’acqua il grande bordo del guadino, bloccando il manico con la gamba contro il cassone del motore, lasciando il pesce in acqua, mentre velocemente riavvolgeva sul grosso sughero, la lenza che giaceva sul fondo della barca; imbarcare il pesce con quella matassa tra i piedi avrebbe significato imbrogliare tutto; infatti il grongo, secondo copione, non accettò supinamente l’imbarco e la sosta a pagliolo, dibattendosi furiosamente; Giulio, per evitargli una lunga agonia, con il mazzuolo che aveva apposta a bordo gli assestò pochi, decisi colpi che lo finirono rapidamente. Non era certo il caso di recuperare gli ami dalla grande bocca del pesce in quel momento e così tagliò il finale con abbondante filo; la cosa consentiva, tra l’altro, di spostare il grongo senza doverlo maneggiare; doveva essere intorno ai dieci chili ed un suo morso, seppure solo un riflesso dopo la morte, era assolutamente da evitare. La giornata si concluse con quel solo pesce; divertimento tanto, perché il salpaggio era stato comunque movimentato, ma il grongo non era poi una gran preda; Giulio, però, rispettava ogni creatura del mare ed ogni morte non doveva mai essere inutile; pensò già a chi avrebbe diviso tanta abbondanza con lui e così, per evitare il facile deterioramento del pesce, appena giunse a casa decise di pulirlo immediatamente per darne la metà al collega di ufficio con cui abitualmente spartiva i bottini più consistenti.

IL GRONGO CATTURATO DOVEVA ESSERE SUI DIECI CHILI

Il grongo ha la caratteristica di avere, anche se freschissimo, un “profumo” particolare e non troppo piacevole; così Giulio, prima ancora di pranzare, occupò l’intero tavolo da cucina come se fosse un tavolo operatorio, opportunamente protetto da strati di fogli di giornale; con coltellaccio e forbici si accinse alla pulitura. Recuperati gli ami, saldamente piantati nella bocca e nella gola, scoprì un terzo amo molto arrugginito infisso saldamente nel palato del pesce: era un amo non di acciaio, diritto, di quelli professionali dei palamiti.
Sua grande curiosità era poi quella di cercare di capire cosa il pesce avesse nello stomaco; una volta aveva trovato in un altro grongo un piccolo polpo quasi intero, letteralmente ingoiato; questa volta lo stomaco si presentava ben gonfio; liberatolo dal corpo, Giulio lo sezionò delicatamente e tra irriconoscibili masse semidigerite, ebbe quasi un colpo a trovare un oggettino quasi lucido, che al tatto si rivelò essere un anello, precisamene una fede nuziale; era un po’ rovinata, ma in soddisfacente stato generale. Il suo stupore era indicibile; che ci faceva in un pesce un anello nuziale? Non riusciva a spiegarsi la cosa; con gran solerzia finì l’opera di taglio in porzioni del lungo corpo e dopo aver sistemato le parti da congelare ed aver fatto sparire ogni traccia “dell’intervento” nella cucina, riprese tra le mani il piccolo oggetto.
Dopo averlo accuratamente lavato lo esaminò con cura e cercò di vedere se fosse leggibile il nome all’interno dell’anello; gli servì la lente di ingrandimento per leggere il nome “Grazia” e una data, chiara nel giorno, il 16, ma confusa nel mese di cui si intravedeva il 2; non si riusciva, però, a distinguere se fosse preceduto da un 1, mentre per l’anno, non c’erano dubbi, era il 1967. Tenere tra le mani quell’anello gli dava una sensazione stranissima, quasi delle vibrazioni, e piano piano decise dentro di se’ che la casa del gioiello non era affatto la sua, ma quella della misteriosa Grazia che un giorno aveva consegnato quel simbolo al suo uomo. Come quel simbolo fosse poi finito nello stomaco di un grongo, non era poi una cosa semplice da scoprire, ma bisognava cominciare dall’inizio, da Grazia e dal suo matrimonio avvenuto quel 16 Febbraio o Dicembre del 1967.


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