STORIE IMPOSSIBILI



La marcia avanti del piccolo entrobordo, al minimo di gas, spostava l’imbarcazione lentamente; Antonio per timore di nuovi danni si aggrappò alla fiancata con il braccio sano e cercò di inerpicarsi, ma era impossibile; una manovra già difficile in condizioni normali, diventava ora praticamente impossibile, mentre dal polso continuava a fuoriuscire copiosamente la sua vita. Antonio non riuscì mai a risalire sulla sua barca; fu un suo caro amico a dare l’allarme mezz’ora più tardi quando, rientrando precipitosamente per gli stessi motivi di maltempo, vide la conosciuta lancia nera col vistoso fascione arancione tutt’intorno, senza nessuno a bordo, ben ancorata, in moto, ma sempre ferma a causa del forte vento che contrastava la marcia in avanti; i soccorsi non riuscirono che a scoprire quelle terribili, piccole tracce di tragedia: i resti della busta, il coltello nel timone, il rosso sull’arancione tutto intorno ed all’interno dello scafo. Il corpo di Antonio non fu mai ritrovato. La piccola lancia di Antonio non aveva mai avuto un nome. I vecchi marinai dicono che ad una barca non deve mai essere cambiato il nome, se lo ha, perché le appartiene come se fosse quello che si da’ alla nascita ad una persona; dopo un lungo periodo di disarmo, in un rimessaggio, quasi abbandonata, quando i ricordi della tragedia scemarono, l’imbarcazione ricominciò ad essere prima ammirata e poi desiderata per la sua bellezza e praticità; cambiò tre proprietari, cui regalò i bellissimi momenti di mare che solo una brava barca sa dare.

I SOCCORSI SCOPRIRONO SOLO LE TRACCE DELLA TRAGEDIA


Dieci anni dopo, una lancia con il nome “Piccola”, composto da grandi caratteri bianchi che ben risaltavano, quasi luminosi, nei pressi dello specchio di poppa sullo sfondo nero dello scafo, si trovava a solcare quasi lo stesso mare, su quelle poste che ormai i pescasportivi della zona si tramandavano con esagerata sacralità, confidandosi con parsimonia le mire di terra da usare in allineamenti forieri della cattura di quei famosi pesci di quella altrettanto famosa pescata eccezionale che ciascuno aveva sempre da raccontare. Giulio canticchiava allegro; quella mattina la splendida bonaccia ed un sole ben più estivo della primavera atmosferica, l’avevano convinto a spingersi un po’ più al largo, su una nuova posta dei dentici, per praticare la pesca d’attesa ai colossi del fondo, che in tanti avevano premiato gli amici di sempre, ma che con lui si erano eclissati ogni volta. Trovate le mire conosciute, diede fondo e con cura calò le due grosse lenze, da poppa, l’una a destra e l’altra a sinistra, con i grossi sgombri freschissimi sulle coppie di ami ad occhiello in acciaio inox del 5/0. Era su un fondale alto; oltre i quaranta metri, misto di piccole zone di scoglio e di fango; a causa della forte corrente aveva dovuto aggiungere una seconda matassa di cima alla corda dell’ancora e all’inizio la cosa lo aveva turbato un poco; era la prima volta che accadeva, ma il tempo era troppo bello per non provarci. Dopo un’ora di attesa, due controlli alle esche già fatti (inutilmente, con gli sgombri ben sodi al loro posto) ed un bel panino già consumato, improvvisamente ecco lo strappo sulla lenza di destra; rapido allentamento del nylon, per dare al pesce la possibilità di allontanarsi con l’esca in bocca e poi, dopo un poco, alla prima sosta del filo, uno strappo deciso, alzandosi in piedi sulla barca, col braccio in alto; con tanto fondale e con quella corrente, chissà se lo strappo era arrivato fin laggiù! Salpando rapidamente ecco il peso enorme, ma senza testate o altro; così per due, tre, cinque metri e finalmente ecco un segno di vita; non era un dentice, ma il peso e gli strappi discontinui dovevano essere di un grongo gigante o una grande murena.


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