Per lei, figlia di pescatori, aveva
tagliato
i ponti con la sua agiata famiglia (un fratello
senatore) ma non se n’era mai pentito. Per tanti anni dopo
cena usciva con i suoi attrezzi per i gamberi e tornava
a notte fonda con i soldi in tasca, quelli guadagnati sugli
scogli, avido di sonno e di tepore. I cefali, forse scontenti
come me del cielo uggioso e del pomeriggio domenicale, chissà
dove saranno andati. Salvatore
mi confida di non credere in Dio e di non avere più speranze.
Si compiace di aver trovato in me un interlocutore non comune
e mi dice che lo aveva già capito vedendomi pescare. Tira
fuori un ritaglio di giornale dal portafogli dove un trafiletto
ospita una frase che dà ragione ai suoi argomenti, che avversano
l’esistenza di Dio e dei credenti. Cerco
di mitigare il suo pessimismo col mio agnosticismo. Cefali,
dove siete, qual è la vostra tesi?
SCAMPOLI
DI VITA FRA UN'OCCHIATA AL GALLEGGIANTE E L'ALTRA
I
cefali saranno chiamati, due giorni dopo, a giudicare
l’appetibilità della mia pastella, mentre ancora una volta
sto pescando di fianco a don Vincenzo il segaligno. Ora
ci ho messo pure l’olio di sarda: sarà la volta buona?
Mi verrebbe di chiederlo ad un giapponese di passaggio che
sta andando a prendere l’aliscafo per Capri, che mi guarda
miope e sorridente mentre apro la canna. Don Vincenzo è
già in pesca ed io voglio sedermi di fianco a lui, non voglio
concedere o ricevere attenuanti, la sfida sia tale fino
in fondo: è lui l’uomo da battere, lui e la sua dannata
pastella. La mia è bianca e lucente
d’olio che sembra porcellana. Emana sentore di sarda a cento
metri ed io con lei. I cefali cominciano ad abboccare,
finalmente, ma io continuo a stare "dietro": dopo un ora
don Vincenzo conduce per otto a quattro. E dire che, essendo
ormai entrato con lui in una simpatica ed amichevole rivalità,
iniziando a pescare lo avevo anche ufficialmente sfidato
a chi ne avrebbe presi di più. Potevo risparmiarmela.