La pesca al polpo è una tecnica
assai diffusa in tutto il mondo ed è assai divertente.
Essa viene praticata con diverse metodologie ma la più antica
è quella dell’ “anforetta”, cioè con l’uso di un contenitore
la cui forma varia secondo i luoghi in cui viene usato.
Testo e foto di Marco Rosi e Daniela Nenci
contenitori
possono avere dimensionidiverse, essere cilindrici o a forma quadrata,
ma comunque sono sempre oggetti che danno ottimi risultati.
La pesca con l’”anforetta” viene effettuata in tutto il
bacino del Mediterraneo ed è nota dai tempi lontani nelle
isole della Grecia. E’ praticata su fondali "duri"
dove solitamente vive il polpo, che qui può trovare
zone adatte per crearsi in qualche anfratto un rifugio.
Si tratta, in sostanza, di una pesca al palamito con un
filo madre e braccioli pendenti. Su ogni bracciolo viene
inserita una ”anforetta”. Il polpo, essendo un animale territoriale,
è sempre in cerca di una tana dove alloggiare e la trova
con facilità in questo tipo di contenitore.
UNA
TANA CHE SI TRASFORMA PRESTO IN TRAPPOLA
Allora
si organizza: ci porta i sassi, residui vari che trova sul
fondo e crea con questo materiale una barriera alla propria
casa. Infine, quando tutto è pronto ed è sicuro di aver
trovato un buon rifugio, ci porta il cibo. Il
cefalopode mangia di tutto: crostacei, cannolicchi, arselle…
ed usa i gusci per chiudere e nascondere la propria tana.
La sua vita è assai breve. Nasce attorno al mese di giugno
e si sviluppa rapidamente. Nei mesi di settembre ottobre
si avvicina molto alla costa in cerca di cibo, fino a quando
le acque sono calde. Poi si dirige verso fondali più alti
ma sempre senza allontanarsi troppo. La maggior parte delle
persone in genere effettuano la
pesca al polpo con la zampa di gallina, lo straccio bianco
ed un pezzetto di marmo che servono per richiamo.
In effetti il bianco del marmo e dello straccio si riflettono
nell’acqua e li rendono visibili a distanza, figurando agli
occhi del polpo come una sorta di appiglio.