Vedo una scogliera dove mi sembra
che la corrente, dopo qualche turbinio, porti lentamente verso
largo. Butto qualche manciata di bigattini che confermano
le mie impressioni. Qualche altra manciata arriva in mare.
Tiro fuori l’asta e monto la testa del guadino, cercando di
sistemarlo
in un posto comodo per prenderlo (intendo dire veramente a
portata di mano per evitare inutili e pericolose contorsioni
con il pesce in canna) ma, nello stesso tempo riparato dalle
onde per evitare di vederlo trascinato via dalla corrente.
Ancora bigattini in mare. Faccio scorrere il filo (0,14) tra
gli anelli della bolognese (una 6 metri dovrebbe essere sufficiente
a tenere la lenza in pesca tra vento ed onde) e monto un galleggiante
da 2 grammi. Poso la canna e ritorno a pasturare. Preparo
tre metri di finale, spessore 0,12, con un amo numero 14 robusto
ed appuntito.
Ancora una volta poso tutto e lancio una buona quantità
di bigattini in mare. La piombatura, di circa un grammo e
mezzo, è così disposta: un grammo sotto il galleggiante, trenta
centimetri più in basso, dove ho legato il finale alla lenza
madre, il rimanente della piombatura che può essere composto
o da un piombo secco o da due piombini con il peso a scalare
(il più pesante in alto). Sono passati venti minuti da quando
sono arrivato alla mia postazione e comincio finalmente a
pescare. L’attesa a volta potrà essere lunga, a volte brevissima,
a volte eterna (nel senso che non avrete alcun movimento del
galleggiante), ma ogni mangiata sarà buona.
La temperatura dell’acqua del mare, a marzo ancora fredda,
avrà fatto una selezione naturale dei pesci allontanando la
minutaglia e lasciando solo i padelloni sotto costa. Spero,
però, che i lettori, che vorranno provare il brivido (in tutti
i sensi data la temperatura atmosferica) di pescare a Capo
Linaro a marzo, sapranno perdonarmi se, al posto di qualche
sarago di taglia, si troveranno a dover “discutere” con qualche
spigola da infarto.