In questo articolo parleremo di un metodo
di cattura non molto ortodosso che si rifà però alla classica
pesca in mare con i nattelli. Al posto di quest'ultimi l'ideatore
ha pensato ad un galleggiante adeguato alle prede come ad
esempio al contenitore vuoto di alcool, candeggina o altro,
attuando espedienti strettamente legati al territorio marino
in cui questa tecnica viene effettuata. Ma procediamo con
ordine.
er
coloro i quali non lo sapessero, lo Stretto di Messina è
un tratto di mare conosciuto in tutto il mondo non solo
per i suoi aspetti leggendari ma soprattutto perché, per
la sua forma ad imbuto e per le sue caratteristiche geo-morfologiche,
è sempre stato definito, non a torto, il paradiso degli
zoologi. In questo tratto di mare, ove si incontrano i due
mari, il Tirreno e lo Ionio, ogni sei ora circa si alternano
due forti correnti, con velocità a volte fino 14 Km/ora,
chiamate nel vernacolo locale “scendente” (direzione nord-sud)
e “montante” (sud-nord). Non va dimenticato, tra l’altro,
che lo Stretto è situato in una posizione baricentrica del
Mediterraneo per cui nelle sue acque, oltre alla flora e
fauna, tipica del Bacino stesso, confluiscono organismi
viventi provenienti dall’Atlantico, tramite lo stretto di
Gibilterra e specie provenienti dal mar Rosso, attraverso
il canale di Suez.
TECNICA
DI PESCA ADATTATA ALLE
ESIGENZE DEL LUOGO
E’ chiaro, quindi, che questo tratto di mare
sia particolarmente ricco di pesci, protetti, però, in modo
naturale dalle insidie dei pescatori i quali, ora a causa
delle forti correnti di marea locali ora perché il fondo
marino è particolarmente accidentato oltre che roccioso,
sono impossibilitati a calare ogni attrezzo di pesca per
cui reti a strascico, tramagli e mestieri di ogni genere
si impigliano su tutto ciò che natura ha creato in aggiunta,
fra l’altro, a numerosissimi relitti andati a fondo, frutto
delle atrocità dell’ultima guerra mondiale.
Alla luce di quanto esposto i pescatori dello Stretto di
Messina, forza maggiore, hanno sempre escogitato nel passato,
e continuano a farlo ai nostri giorni, mestieri di pesca
innovativi che si distinguono da altre tecniche adottate
in altri mari ove le condizioni sono ben diverse rispetto
a questo tratto di mare. Una di queste tecniche di pesca,
apparsa per la prima volta nelle acque dello Stretto circa
4 anni fa, è la pesca alla Palamita (Sarda sarda) “col bidoncino”.
Chi l’ha inventata!? Nessuno lo sa e nessuno fino ad oggi
ha rivendicato la paternità di questa metodica di pesca;
personalmente, però, sono del parere che essa possa essere
stata adocchiata in qualche Paese straniero ed importata
a Messina da qualche marinaio o magari è già adottata in
qualche località italiana e forse affinata ancora di più
nell’area dello Stretto.