Dopo aver parlato del fantastico universo biologico del
bigattino e del suo grande potere attraente, in questa seconda
e conclusiva parte vedremo come conservarlo, "rinvigorirlo",
trasportarlo, innescarlo e usarlo come pastura. Va da sé,
che i pesci che prenderemo, saranno anche per merito nostro
e vostro.
Testo di Massimo
Cerino - Foto di di A. Callegari e A. Costanzo
a
conservazione
L’ideale è tenere i vermetti in frigo a 3 o 4 gradi in vaschetta
bassa e larga così come usano i rivenditori. Non possedendo
un frigo dedicato alle esche si può usare quello domestico,
se si fa molta attenzione nel seguire queste regole: 1Lasciare
i bigatti che s’intende conservare per pescata
futura nel sacchetto di plastica dove li ha messi il negoziante,
avendo cura però di cavarne fuori tutta l’aria, pigiandovi
sopra con le mani ed al contempo , subito dopo, serrarne
l’imboccatura tra la base di pollice ed indice, imprimendo
poi una rotazione al malloppo che, attorcigliandosi, impedisce
che l’aria vi rientri. Annodare strettissimo. 2
Infilare il fagotto in una seconda ed in una
terza busta, di quelle da salumeria, di buona consistenza. 3Deporre
“l’uovo” nel cassetto degli ortaggi, senza dare
troppo nell’occhio, per lasciarvelo una settimana al massimo.
4 Se
scoperti, negare di aver mai fatto tutto ciò,
negare, negare sempre ;).
IL "MIRACOLO"
DELLA RESURREZIONE DEI
VERMETTI
Il “rinvenimento”
Dopo questo po’ po’ di trattamento, i bigattini ritornano
arzilli come prima, se lo erano, e questo ha quasi dell’incredibile:
al freddo e senza ossigeno hanno resistito anche dieci giorni.
Sembrano morti, quando li si riporta
alla luce, io stesso ogni volta dubito che si
riavranno, nonostante la mia esperienza testimoni il contrario.
Invece rivivono, basta lasciargli qualche ora di tempo arieggiandoli
con un po’ di rimescolamento, ogni tanto. Non di rado m’è
capitato di voler accelerare tale miracoloso risveglio,
fornendo ai meschini aria calda proveniente da asciugacapelli
ed ottenendo un buon miglioramento dei tempi, a patto però
di non ustionarli (“…E che cacchio!” direbbero) e di tollerare
che l’aere s’impesti delle loro “fragranze”, ‘ccidentalloro.