Chissà cosa smuove sparuti gruppi
di pesci ad unirsi in centinaia, a migliaia e a volte a
milioni di altri individui pronti ad attaccare tutto ciò
che si muove. Vediamo cosa succede e come dobbiamo comportarci
in traina quando abbiamo la sorte di incontrare il “branco
selvaggio”.
Testo di C. Neri - foto di
C. Neri e D. Craveli
’ambiente marino è guidato da unacomplessa serie di equilibri primordiali e da
istinti comportamentali che si perdono nella notte dei tempi.
Uno dei più comuni è quello della vita di branco che permette
allo stesso tempo offesa e difesa.
Gran parte dei pesci conserva perennemente le abitudini
che hanno reso possibile la sua sopravvivenza e crescita
e, anche se alcune specie non posseggono nemici naturali,
continuano a vivere e a cacciare in gruppo. Proprio questi
spostamenti consentono al pescatore di individuare dalla
superficie l’attività predatoria.
SPINTI
IN SUPERFICIE... SENZA
VIA DI USCITA
Cosa
si vede dalla barca
Una delle azioni più comuni dei pelagici ovvero delle specie
che vivono e solcano l’alto mare, consiste nell’inseguimento
dei banchi di piccoli pesci e nel successivo pilotaggio
verso la superficie che precede l’attacco finale e fatale
a pelo d’acqua. Così caccia gran
parte dei pesci come tonni e alcuni mammiferi
marini come balene e delfini che, a onor del vero, usano
strategie fantastiche degne appunto della razza a cui appartengono.
Quindi attacchi studiati con una vera e propria tattica
intelligente. La fase finale dell’azione predatoria è ben
visibile dalla superficie grazie ai
salti e alle bollate a pelo d’acqua dei pesci predati.
Il più delle volte tale attività viene condivisa con gli
uccelli marini e prende il nome di mangianza.