PESCA DA TERRA


Dopo qualche minuto una spigola di mezzo chilo scoda sull’acqua e lentamente imbocca il guadino. Le estrai il piccolo amo incastonato nella giuntura dei labbri bianchi, prestando attenzione a non storcerlo, e subito vi agganci la groppa d’un altro bigattino. Vola vola! Altro lancio, altra ferrata: ti guardi per un attimo intorno, come se avessi trovato per strada un piccolo tesoro e nell’atto di chinarti a raccoglierlo temessi sguardi indiscreti. (È la cieca cupidigia che all’occasione può risvegliarsi in chiunque si trovi nella condizione di ghermire un vantaggio, non diversa da quella che deve necessariamente animare il giocatore di poker quando nel suo ventaglietto di carte scopre, in segni tutti uguali, le intimità della dea bendata.)

TANTA FORTUNA E UN PIZZICO DI PERSEVERANZA


Con la canna piegata sfrutti ogni possibilità di accorciare le distanze fra te e la spigola, tra una sgroppata e l’altra, forzi leggermente i recuperi, sollecitando al limite della resistenza i legami molecolari di quegli ultimi quaranta centimetri di costoso polimero dalle tanto decantate virtù rifrattive. Bisogna far prima possibile, non è il momento di gigionare, con questi pesci assatanati che hai davanti. Dopo quaranta minuti è chiaro invece che stai cavalcando un’onda di piena insolitamente lunga: te tu stai agganciando spigole l’una tira l’altra come fossero cefali; una situazione che, manco a dirlo, ci stai dentro incastrato perfettamente con ogni tua sporgenza, come la tessera centrale del puzzle di Ulisse che castiga i Proci. Uno spesso manto di nubi alte rallenta l’avanzare della luce da levante, prolungando così quella condizione favorevole creata dalla penombra.


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