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Li
chiamavamo "plattò", francesismo un po' datato, per intendere quei
bei saragoni che per colore e dimensioni assomigliavano ai coperchi
cromati che abbellivano le ruote delle automobili dei nostri padri.
Eravamo studenti della facoltà d'architettura, vent'anni fa, quando
la domenica, "talora i leggiadri studi e le sudate carte lasciando",
partivamo nottetempo dalla città per giungere di buon'ora sulle
coste cilentane a cercare glorie venatorie.
Testo
di Ercole Savignano
e foto di Leonardo
Mastragostino
Venni
in possesso, allora, di una gloriosa "Supercalypso", mitica muta
resa celebre dal Comandante Costeau, per averla comprata di seconda
mano da un amico che volle cedermela per ventimila lire. Era una
"tre pezzi" dura come un copertone d'autocarro, ma io all'epoca,
l'adoravo come il primo amore. M'inorgogliva il solo guardarla,
tutta nera con l'interno arancione; quel mitico stemma giallo, incollato
sul petto, era per me l'insegna d'un ordine cavalleresco, una Croce
di Malta, il simbolo dell'appartenenza ad una èlite d'uomini speciali:
quelli che andavano sott'acqua. Il resto dell'attrezzatura fu messo
insieme non senza fatica. Un fucile oleopneumatico nuovo se lo poteva
permettere solo chi, tra noi, aveva papà e mamma che lavoravano,
ma non era il mio caso. Così, dopo molte ricerche, riuscii a trovare
un fuciletto usato, di quelli con l'impugnatura centrale, del quale
un amico di un amico volle liberarsi, non senza infliggere un altro
colpo devastante alle mie dissestate finanze. Per i piombi della
cintura, riuscii ad ovviare all'acquisto, che pure si prospettava
molto oneroso, colando in uno stampo di gesso il piombo fuso di
certi tubi recuperati dal riammodernamento di non ricordo quale
appartamento. Giacché c'ero, feci di necessità virtù ed incisi nello
stampo di gesso anche le mie iniziali, che per lungo tempo fecero
di quei piombi fatti in casa, un elemento più eccentrico del dovuto.
Fu più o meno così che iniziò la mia carriera di cacciatore subacqueo.
E
subacquea fu
I primi saraghi che caddero sotto i miei tiri, forse, avrebbero
accettato con più orgoglio il loro destino, se avessero saputo
quanto m'era costato andarli a cercare. Così un giorno, in
pochi metri d'acqua limpida, sarà stato maggio, si parò davanti
ai miei occhi la classica situazione di quattro o cinque di
questi pesci che s'intanavano davanti ai miei occhi. Scelsero
un bel blocco di roccia al margine di un canalone. Questo
blocco di pietra, delle dimensioni di un furgone, presentava
da un lato uno spigolo squadrato, sollevato di circa trenta
centimetri dalla sabbia del fondo. Avrei imparato poi, che
questa morfologia è molto gradita ai pesci da tana ed al sarago
in particolare. Così mi trovai faccia a faccia ,
per la prima volta, con queste belle prede, nella penombra
del loro rifugio; riuscii a mettere a segno due tiri che mi
consacrarono predatore subacqueo. La sensazione che provai
per quella duplice cattura non fu molto dissimile da quella
che un giovane maschio, con ormoni grossi come fagiani, prova
trovandosi finalmente, in un luogo appartato, per la prima
volta davanti ad una bella femmina consenziente, dopo aver
desiderato a lungo quel momento. Si sa che in simili "frangenti"
l'emozione del momento può giocare brutti scherzi, a volte.
Si può sbagliare il "rigore" e portarne i segni per un bel
po'; per fortuna, quella volta tutto andò per il suo verso
e l'atto che sanciva il passaggio dall'infanzia all'adolescenza
pescatoria, si compì con gaudio. Per infanzia pescatoria s'intende
quel periodo in cui, ragazzini, si va in acqua a sparacchiare
a tutto ciò che si muove, spaccando in due trigliette, labridi
e nella migliore delle ipotesi qualche piccolo polpo, armati
di fiocina e di rezzaglio in vita, nel quale giacciono, a
fine pescata, resti scomposti e spaiati di pescetti e molluschi.
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