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Scivola
lentamente sull'acqua, con un solo grande occhio di vetro al centro
della testa. -Dobbiamo rimanere immobili-, pensano i pesci, perché
in quel grande occhio altri due, più piccoli, scrutano il fondo,
instancabili, tesi a cogliere il più piccolo movimento.
Testo
e foto di Ercole Savignano
o
sanno bene le cernie, quando all'ombra di un masso o sul folto della
posidonia, perfettamente mimetizzate, restano ferme tanto da essere
invisibili. È per le loro pinne pettorali, ondulanti ventaglietti,
che si fanno scoprire. Se ne stanno lì, spaparanzate a digerire
un bel polpo (operazione difficoltosa per chiunque) pensando che
stando lì giù, a venti metri, quello che accade in superficie poco
le riguardi. Almeno questo è quello che vogliono far credere. L'uomo
nero ne ha vista una, finalmente, dopo ore di ricerca. Si controlla,
ostenta indifferenza, ma dentro di sé avverte un divenire di adrenaline
finalmente libere di scorrazzare nei dedali arteriosi. Solo una
breve pausa nella pinneggiata, che subito riprende indolente, tradisce
la riunione strategica avvenuta nella centrale operativa del suo
cervello. Cosa ha pensato in pochi secondi il nero ciclope? È presto
detto. In primis ha valutato la grandezza della cernia, isolandone
la sagoma dal contesto confuso del fondo. Subito dopo ha analizzato
il campo di battaglia, cercando di cogliere con un colpo d'occhio
le possibili vie di fuga del pesce verso qualche anfratto, valutando
i punti d'intercetto delle previste traiettorie. Al contempo, ha
cercato la traiettoria sua che lo porti a sparire, in superficie,
dal campo visivo della tozza preda. Un groppo di roccia è l'ideale:
continuando a pinneggiare in superficie lo frappone tra sé e la
cernia. Ora esegue una silenziosa capovolta, col petto gonfio di
tutta l'aria possibile. Ecco, mentre pinneggia verso il fondo, non
la vede più ma sa esattamente dove dovrebbe ancora trovarsi, lì
dietro quel masso, non del tutto ignara del pericolo. In questi
pochi secondi, mentre il nero cacciatore s'avvicina radente il fondo
per sbucarle di fianco all'improvviso, alla cernia è data la possibilità
di far sfoggio del suo acume, se ne ha, dileguandosi nel buio di
un anfratto, dove un bel tunnel a gomito l'aspetta per sottrarla
ad ogni cospirazione. In caso contrario, essa resterà più o meno
ferma, a fare da corpulento bersaglio al tiro ferale. Lo strale
che saetta nel silenzio. Licenziare da sé quella freccia mortale
è l'ultimo atto, si può dire, di un Gioco ancestrale già raffigurato,
con disegni propiziatori, decine di migliaia d'anni fa, sulle rocce
di Lescaux o d'Altamira. Oggi andiamo a cercare la preda nel profondo
del mare ma anche nel profondo di noi stessi, solo perché quel Gioco
ci appartiene da sempre. Se il pesce è ancora lì dove immaginiamo
che sia, vuol dire che la tattica è stata vincente, fino a quel
punto. Ora tocca all'uomo giocare l'ultima carta, nell'istante in
cui mira al bersaglio, cercando di guadagnare l'ultimo centimetro
d'avvicinamento mentre mira alla sagoma, fino a quell'istante preciso,
fuori del tempo, eterno, in cui la volontà diventa contrazione del
dito sul grilletto, ed il mondo per un attimo smette di girare.
Quell'attimo del tiro è la ricompensa che vale tutta la stanchezza
che sente nelle gambe, tutta la sofferenza della fame d'aria, l'iperacidità
gastrica che ha preso a tormentarlo, il freddo, la fatica del ritorno.
Gli atomi sono destinati a vagare in eterno, aggregandosi, talora,
in forme tenute insieme dal Soffio Vitale e poi disgregandosi ancora,
all'infinito. L'animale sussulta, trafitto, al capolinea della sua
esistenza. Cede la sua sostanza vitale, non diversamente da come
ogni essere vivente, prima o poi, farà o ha già fatto. Il nostro
è un mondo di prede e di predatori, ed i ruoli s'invertono spesso.
La caccia non è uno sport e nemmeno un passatempo; per chi la pratica
con lealtà, è solo la risposta ad una pulsione istintiva, seppur
mediata da regole, regole morali e giuridiche. Caccerò i pesci col
fucile finche sarò in grado di farlo con le sole mie risorse fisiche.
Avrò rispetto delle misure minime (per la cernia è di 45 cm). Prenderò
solo pesci che posso mangiare, rinunciando a tutto ciò che ha scarso
valore gastronomico e venatorio. Penso che possa bastare; d'altronde
non ho mai preteso di essere il Dalai Lama: sono un "uomo nero".
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