il nome delle cose

di Massimo Cerino

  La mail di un lettore ci fornisce l’occasione per alcune precisazioni riguardanti un articolo (si può trovarlo nella rubrica“pesca sub”) in cui si accennava - en passant - ad un onusto sub/cacciatore /documentarista che opera in Sardegna. Ecco la mail giunta in redazione:
  Caro Massimo Cerino, mi permetto di darti del tu in quanto collega pescasub. Nel tuo articolo citi Giorgio Dapiran quasi denigrandolo. Ti volevo solo dire che conosco Giorgio personalmente ed è tra i più grandi pescasub di tutti i tempi.
  Lui ha una tecnica perfetta che lo porta ad ottenere un'altissima percentuale di catture. Inoltre dove lui pesca ci pescano altri me compreso, ma lui cattura di più. Tra l'altro la sua tecnica è l'agguato e li sta il segreto, non credere che le tane della sardegna in acqua bassa siano piene... magari!!! Se tu prendessi Giorgio e lo portassi dalle tue parti puoi stare tranquillo che ti farebbe 10 a 0.. :-))
Con simpatia

A. C.
Sassari

  Negli anni ottanta imperversava, nella cinematografia di consumo dedicata al sesso esplicito, un pornodivo eccezionalmente “accessoriato”, il cui nome è rimasto, ben oltre la schiera degli afectionados, sinonimo d’inarrivabili prestazioni. Qualunque maschio, ancorché aitante, si sarebbe imbarazzato non poco in un confronto tout court con tanta prestante cubatura, quanta era quella posseduta e pubblicamente adoperata dal sullodato.
   Cionondimeno, siamo propensi a credere che le imprese del “nostro”, singolarmente od in silloge, abbiano avuto il merito d’ispirarne altre; forse meno onuste, datesi magari in sbiadite camere da letto d’affollati condomini, tra rappresentanti dei due sessi un po’ avanti negli anni, meno epici nel sembiante (lasso qui e lì), meno plastici nelle movenze, meno duraturi: non un lungo viaggio, forse, ma un breve faticoso tragitto al fin del quale pur si sarà giunti cum gaudio.
  Il nostro divo, di quello che per altri è un divertimento al più ebdomadario, ne aveva fatto una professione giornaliera: come non invidiarlo, almeno un poco? Dal primo giorno che lo scoprirono, quello spasso lì, gli uomini lo hanno sempre dovuto pagare, in un modo o nell’altro: lui invece ne aveva ad ufo e ci faceva i quattrini, per giunta. Che grande invenzione è il cinema! Immagini in movimento che, volendo, ti portano in quel mondo dove magari vorresti essere e non sei. Il “mondo” poi lo scegli tu, tra quelli che più ti piacciono, tra quelli che più ti mancano, di volta in volta; ti compri la “cassetta” e te la godi , come sai e come puoi.
  Tutte le persone sane di mente ben conoscono, però, la differenza tra la realtà e la sua rappresentazione, di solito necessariamente distorta, finalizzata, univoca. Nel merito, il video di caccia di cui si fa menzione nel mio articolo è un ottimo esempio di come la grande passione del suo autore lo abbia spinto a voler valicare l’ambito del “privato”, nel quale per il solito si svolgono certe “tenzoni”, per offrire istruzioni ed emozioni ad un pubblico che non può non essere riconoscente ed ammaliato, ma diciamola tutta, anche un po’ invidiosetto. Egli documenta le catture con una tecnica nuova, impugnando la videocamera come fosse un fucile, con la mano sinistra. Il risultato è l’inquadratura tipica del video game “sparatutto” in soggettiva, dove il punto di vista dello spettatore coincide con quello del protagonista. Un gran bel lavoro, in tutta sincerità. Quello che più mi ha colpito, al di la della qualità e quantità delle catture, era l’immaginare quella costa deserta, dove si poteva stare da soli, dove era possibile girare per ore senza incontrare anima viva, tutto quello, cioè, di cui personalmente più sento la mancanza, nelle mie uscite.
  Nel citare quella condizione come privilegiata, non credo di aver detto un’eresia; l’ ho fatto magari con la pochezza dei miei mezzi espressivi, che forse vieppiù impoveriscono quando tento di usarli per indurre un sorrisetto nei lettori meglio disposti. Volevo parlare di un mare (il mio) asfissiato dalla presenza umana, ed ho preso la rincorsa, mi sono tuffato nel mio discorso salendo, per così dire, sulle “spalle” di Dapiran: l’ ho citato per antitesi.
  Non credo di essere stato per questo irrispettoso del suo lavoro, non ho minimamente pensato di esserlo. Ho solo calcato un po’ la mano nel “bozzetto”, che era funzionale, nella sua coloritura, alla descrizione di ben altra situazione. Ecco perché credo che sia gratuito dirmi che in un ipotetico match casalingo col signor Dapiran patirei un dieci a zero. Non solo è fuori luogo, ma, mi perdoni il lettore, anche un po’ infantile: del genere “..la macchina del mio papà va più veloce della tua!” ; se hai nove anni lo puoi pure dire, ma se ne hai qualcuno in più, mostri di essere rimasto alquanto indietro, cognitivamente parlando. Non credo che Dapiran, riconoscendosi nel mio articolo, avrebbe avuto di che risentirsi, anzi voglio pensare che vi avrebbe trovato del vero nel mio “acquerello”; immagino che egli stesso abbia avuto modo di immergersi un po’ dappertutto, e poi abbia scelto la Sardegna come teatro della sua attività, forte di una qualche convinzione.
  Poi se al lettore, di tutto l’articolo, è rimasta unicamente la sensazione d una “lesa maestà” nei confronti del signor Dapiran, io faccio ammenda e cito Ennio Flaiano, che, alla fine della sua carriera di scrittore, disse che di tutto ciò che aveva scritto, solo due o tre pagine non gli davano la nausea, e per giunta non le si trovava neanche di seguito, l’una dietro l’altra.