il nome delle cose

di Massimo Cerino

  PREFAZIONE
  Una nuova pagina esordisce nel nostro magazine. Il titolo di questo contenitore vuole evocare un territorio libero da vincoli tematici, dove il “navigatore” possa sostare qualche minuto in cerca di riflessioni sull’attualità, sulla nostra cultura, ed in generale su tutte quelle occasioni d’arricchimento intellettuale che dovrebbero qualificare l’utilizzo di questo splendido strumento fatto di plastica, metallo e silicio. Ci rendiamo conto che il traguardo è ambizioso, e subito vorremmo il conforto del gradimento da parte dei nostri lettori. A loro sin d’ora chiediamo scusa d’ogni insufficienza nostra, citando Miguel de Cervantes y Saavedra che nel prologo al “don Chisciotte” esordisce scrivendo: “ Sfaccendato lettore, senza ch’io lo giuri potrai credermi che questo libro, figlio del mio intelletto, io vorrei che fosse il più bello, il più gagliardo, il più intelligente che immaginar si possa.
  Ma io non ho potuto disobbedire all’ordine della natura, in cui ogni cosa genera cosa a sé simile. Pertanto, che mai poteva procreare l’arido e mal coltivato ingegno mio, se non la storia di un figliolo secco, noccioloso, ghiribizzoso e pieno d’idee balzane e giammai da alcun altro immaginate, come colui che venne generato in carcere, dove ogni disagio ha la sua sede ed ogni più tristo rumore la sua dimora?”.
  Teniamo, invece, per buon auspicio le auliche parole di Dante “ se tu segui la tua stella,/non puoi fallire a glorioso porto” ed iniziamo subito con qualche divagazione nell’ambito dell’uso delle parole.

sistono dei giochini che ognuno, credo, fa nella propria mente. Uno dei miei preferiti è stato per lungo tempo quello di trovare dei nomi per i cani.
Cani fittizi, che non ho mai posseduto, ma che immaginavo un giorno di comprare e di “battezzare”. I cani di razza, quelli col certificato che attesta la loro genealogia, sono soggetti ad avere il nome che inizia con una determinata lettera dell’alfabeto, non ricordo bene per quale motivo, a causa forse di un’identificazione di allevamento.
Sia come sia, esercitavo, ricordo, la mia esigua fantasia nel trovare nomi adeguati, che calzassero alla loro indole, che fossero evocativi, fin dove possibile, delle loro peculiarità razziali. Ecco che un dobermann si chiamava Bruto, un terranova Alì, un pastore tedesco Bredo, e via dicendo. Non ho mai posseduto un cane, ma se mai n’avessi uno avrei una bella riserva di nomi da cui attingere. Analogo gioco l’ho sempre fatto poi pensando al nome della barca che un giorno avrei comprato.
  Forse è eccessivo credere che nel nome delle cose vi sia anche la loro fortuna, ma sicuramente mi è capitato di vedere un nome, dipinto sulla poppa di un bellissimo cabinato, che m’è rimasto impresso fra tutti: la barca si chiamava “Merci Montecarlo” e sotto al nome erano dipinte cinque carte, indovinate, una scala reale; una “mano” memorabile. Bello, no? Non so se quel nome abbia poi portato buona sorte alla barca ed al suo proprietario, ma di certo esso era l’espressione di una fortuna già avuta e ben sfruttata, non c’è che dire.
  Quello dei nomi è un universo analogo a quello delle cose, ma molto più popolato poiché ogni cosa appartiene ad un’unica categoria, ma ha molti nomi, almeno uno per ogni idioma esistente (esistito) sulla terra. In questa vastità inenarrabile ha tentato la semiologia di mettere ordine, spiegandoci la differenza tra significante e significato, tirando in ballo monemi, fonemi e quant’altro potesse servire a “pettinare” il garbuglio. Anche della torre di Babele furono costruiti i primi piani, ma arrivare al cielo era impossibile. Un esempio ante litteram della necessità della comprensione reciproca e, se vogliamo, dell’importanza della comunicazione. Condividere un codice espressivo tuttavia non basta a garantire una trasmissione di pensiero, è questa una condizione necessaria ma non sufficiente.
  La totalità delle leggi vigenti nel nostro paese, ad esempio, sono scritte in italiano corrente, ma raramente sono chiare, prova ne sia che necessitano sempre di circolari esplicative, le quali spesso non esplicano nulla ma solo confondono ulteriormente.
Forse perché è confuso ed incerto anche il pensiero che le ha generate. Sicuramente sarebbero poco chiare anche se volessero illustrare concetti semplici, perché i politici che le scrivono non sono abbastanza colti da essere semplici.
  Un membro del parlamento, per diventare tale, avrà avuto di certo poco tempo da dedicare alla letteratura, avrà avuto altri casi cui pensare, investimenti da fare in ben altri campi. Poi quando finalmente ce l’ha fatta, (“gli attavolati si sentivano sodali nella eletta situazione delle poppe, nella usucapzione d’un molleggio adeguato all’importanza del loro deretano, nella dignità del comando”), gli facciamo scrivere un testo di legge, che non ne avrebbe abbastanza di suo da vergare un biglietto d’auguri. Ce l’abbiamo un nome per questa cosa?