Testo di Donato Attolico illustrazioni Ufficio Grafico CMW

Aveva imparato da suo padre, quattro anni prima, come afferrare all’improvviso i piccoli ghiozzi che dalle tane mostravano solo la testa, o come, con una capace colpo d’ala, seguire il repentino mutare direzione della piccola seppia appartenente alla moltitudine che invadeva pacificamente il porto ogni settembre, alla schiusa delle uova.
Ormai quelle ali gli erano più congeniali sott’acqua che nel cielo, allorquando era costretto a muoversi specie agli estremi del giorno. Al tramonto e all’alba, per raggiungere o lasciare il suo posto preferito per dormire, su uno pericoloso scoglio che si ergeva solitario al centro del porto, dove interminabili lavori di ricolmatura erano sospesi da anni. Lo costringevano qualche volta al volo anche le grosse barche da pesca che attraversavano continuamente il porto a tutte le ore; per la maggior parte di quelle, però, ricorreva al suo modo preferito di sottrarsi d’impaccio: il rapido tuffarsi sott’acqua; scompariva alla vista e grazie alla sua autonomia di almeno trenta, quaranta secondi, riusciva ad allontanarsi di diversi metri dal punto in cui eseguiva la perfetta giravolta con cui si tuffava.
Sott’acqua era abilissimo con le zampette frenetiche eliche per spingere il corpo nelle fasi di tuffo e di nuoto e le corte ali che, come remi veloci, gli consentivano ora il nuoto, ora le acrobatiche manovre di inseguimento, di marcia indietro e di ricerca nelle tane meno profonde.
Si spingeva fino a pochi decimetri di acqua, dove sostavano gli enormi branchi di cefalotti che si crogiolavano in superficie ai caldi raggi del sole, attentissimi a sfuggire ai furbi e abili gabbiani dal cielo, ma spesso poco attenti al pur suo famelico becco che veniva dal basso.
Aveva a sua volta insegnato a diverse generazioni di tuffetti le tecniche di caccia e tutti i suoi figli se l’erano cavata egregiamente; qualcuno di loro aveva conosciuto le insidie dei grandi bipedi umani, le loro reti, ma spesso anche le loro mani amiche che li restituivano sempre al mare, se ancora vivi (accadeva poche volte), una volta sciolti i grovigli che con le penne delle ali si formavano in caso di incaglio.
I momenti che gli piacevano di più erano quelli della pioggia, quando la cascata di acqua dolce scivolava sul suo piumaggio compatto e lui indugiava finalmente a bere in abbondanza, dopo tutto quel sale che era abituato a sentirsi in bocca. Niente lo spaventava nella quiete innocua del porto;
non c’erano predatori ed il cibo sempre in abbondanza; anche il maestrale più teso non faceva altro che increspare un po’ di più l’ampio bacino e quindi era facile farsi cullare dalle onde.
Da qualche tempo solo i cormorani, sempre più numerosi, sembravano insidiargli la grande dispensa di piccoli pesci e di crostacei, ma per il momento non c’era da preoccuparsene più di tanto: c’era posto per tutti.