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Aveva
imparato da suo padre, quattro anni prima, come afferrare
all’improvviso i piccoli ghiozzi che dalle tane mostravano
solo la testa, o come, con una capace colpo d’ala, seguire
il repentino mutare direzione della piccola seppia appartenente
alla moltitudine che invadeva pacificamente il porto
ogni settembre, alla schiusa delle uova.
Ormai quelle ali gli erano più congeniali sott’acqua
che nel cielo, allorquando era costretto
a muoversi specie agli estremi del giorno. Al tramonto
e all’alba, per raggiungere o lasciare il suo posto
preferito per dormire, su uno pericoloso scoglio che
si ergeva solitario al centro del porto, dove interminabili
lavori di ricolmatura erano sospesi da anni. Lo costringevano
qualche volta al volo anche le grosse barche da pesca
che attraversavano continuamente il porto a tutte le
ore; per la maggior parte di quelle, però, ricorreva
al suo modo preferito di sottrarsi d’impaccio: il rapido
tuffarsi sott’acqua; scompariva alla vista e grazie
alla sua autonomia di almeno trenta, quaranta secondi,
riusciva ad allontanarsi di diversi metri dal punto
in cui eseguiva la perfetta giravolta con cui si tuffava.
Sott’acqua era abilissimo con le zampette frenetiche
eliche per spingere il corpo nelle fasi di tuffo e di
nuoto e le corte ali che, come remi veloci, gli consentivano
ora il nuoto, ora le acrobatiche manovre di inseguimento,
di marcia indietro e di ricerca nelle tane meno profonde.
Si spingeva fino a pochi decimetri di acqua, dove sostavano
gli enormi branchi di cefalotti che si crogiolavano
in superficie ai caldi raggi del sole, attentissimi
a sfuggire ai furbi e abili gabbiani dal cielo, ma spesso
poco attenti al pur suo famelico becco che veniva dal
basso.
Aveva a sua volta insegnato a diverse generazioni di
tuffetti le tecniche di caccia e tutti i suoi figli
se l’erano cavata egregiamente; qualcuno di loro aveva
conosciuto le insidie dei grandi bipedi umani, le loro
reti, ma spesso anche le loro mani amiche che li restituivano
sempre al mare, se ancora vivi (accadeva poche volte),
una volta sciolti i grovigli che con le penne delle
ali si formavano in caso di incaglio.
I momenti che gli piacevano di più erano quelli della
pioggia, quando la cascata di acqua dolce scivolava
sul suo piumaggio compatto e lui indugiava finalmente
a bere in abbondanza, dopo tutto quel sale che era abituato
a sentirsi in bocca. Niente lo spaventava nella quiete
innocua del porto;non
c’erano predatori ed il cibo sempre in abbondanza; anche
il maestrale più teso non faceva altro che increspare
un po’ di più l’ampio bacino e quindi era facile farsi
cullare dalle onde.
Da qualche tempo solo i cormorani, sempre più numerosi,
sembravano insidiargli la grande dispensa di piccoli
pesci e di crostacei, ma per il momento non c’era da
preoccuparsene più di tanto: c’era posto per tutti.
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