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Maggio,
passeggiamo di buon’ora sul lungomare delle nostre vacanze,
aspettando che il sole riscaldi la spiaggia ancora umida della
notte.
Tengo mia figlia Viola per la mano, ha tre anni. Lei come
sempre mi parla, mi chiede del mondo che vede, lo confronta
con quello piccolo che ha dentro, ha bisogno di trovarne i
contorni.
Sulla roccia che si bagna nel mare calmissimo, davanti a noi,
uno stormo di rondinelle dal petto bianco, si chiamano balestrucci,
s’è fermato a becchettare sulle alghe umide alla ricerca di
cibo. Restiamo incantati a guardare quel turbinio di alucce
riflesso nelle conchette d’acqua lasciate dalla bassa marea
e noto che tra quelle rocce scure c’è un’ansa di sabbia, una
spiaggetta bonsai che sembra invitarci a prenderne un temporaneo
possesso, giusto il tempo di donarle qualche effimero castelletto
di sabbia con un paio di contigue buche.
Detto fatto, cominciamo a camminare sulle rocce per conquistare
quel piccolo regno, imparando a non scivolare sulle alghe
né a sgraffiarci sulle balze; manina nella mano giungiamo
al fine su quel lo spicchio di sabbia.
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Ispeziono
il posto da vicino prima di lasciare Viola ed evito subito che
lei metta il piede in una macchia di catrame grossa come una
frittata. Penso
al comandante che ha sciacquato i serbatoi della sua cisterna
sotto costa, il figlio di puttana, e lo ringrazio anche a nome
di Viola del gentile omaggio; è il primo di una lunga lista
d’anonimi imbrattatori, d’ambo i sessi immagino, ai quali mentalmente
via via mi rivolgerò. Spiego a mia figlia che la prima cosa
che faremo sarà ripulire la spiaggetta, e subito comincio la
bonifica, raccogliendo il catrame in una busta di plastica ivi
reperita: senza sforzo.
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L’ho fatta
sedere su una pietra e lei aspetta paziente che io abbia finito,
tenendo secchiello e paletta sulle ginocchia.
Finiscono nel mio sacchetto una ventina di cicche di varia
stagionatura, un pannolino sette / diciotto, tre bustine che
contenevano crackers ancora con briciole all’interno, due
incarti di gelato con relative stecchette, quattro o forse
cinque fazzoletti di carta, una bottiglina di succo di frutta,
due bottiglie di plastica ed atri svariati brandelli cartacei
e polietilenici. Per ogn’uno che raccolgo tra le scure rocce
mi vien fatto di sillabare una stramaledizione all’anonimo
responsabile, lasciando che mia figlia arricchisca le sue
conoscenze linguistiche senza porvi confini. Le trasmetto
così la mia visione del mondo, in attesa che lei ne consegua
una propria: è scurrile chi butta la bottiglia di plastica
a mare, non chi lo esècra coi necessari epiteti. Terminata
la raccolta vado a deporre il “bottino” in un cassonetto,
mentre Viola ha già messo mano al primo castello di sabbia.
Dopo un paio d’ore lasciamo la Spiaggetta dei Balestrucci,
questo è il nome che le abbiamo dato, e torniamo verso casa.
Quel nome è importante, fa uscire dall’anonimato, così com’è
importante sentirsi tutori di almeno un pezzetto di questo
mondo. Durante le nostre vacanze siamo tornati molto spesso
in quel posto, anche perché vicinissimo alla nostra casa.
Abbiamo fissato alle rocce un cartello di legno con scritto
il nome coniato da noi e l’invito a tenere pulito.
Così come spesso sono sceso a ripulire quel piccolo tratto
di rocce e sabbia, magari sotto gli occhi di chi lo occupava
per prendere il sole; muto, senza dire una parola ho bilicato
sulle rocce il mio quasi quintale per spigolare vetro, plastica
e carta, raccoglitore autonomo, cane sciolto, cecchino del
bicchiere monouso usato malissimo, che vi venga un canchèro
nella gobba, a quelli che lasciano in giro i loro pattumi,
che vi venga la peste.
Dopo un mese quel piccolo cartello di legno è ancora lì a
diffondere il toponimo col relativo invito, e forse a qualcosa
sarà servito, visto che ultimamente ci siamo ritornati e non
c’è stato bisogno di ripulire la contea prima di costruirvi
i nostri effimeri manieri di silice.
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