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Testo e foto di Massimo
Cerino
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Si
racconta che il primo della nostra "specie" fu un ingegnere
navale, Ari Selvon, che a quarant'anni aveva perso le gambe
in un incidente, durante una manovra d'attracco del suo astrocargo.
Rifiutò la ricostruzione biomeccanica degli arti inferiori,
a spese della Compagnia. Per due anni interi, usò una vecchia
sedia robotizzata che era stata di suo nonno, in pratica un
pezzo d'antiquariato. Dell'incidente non ricordava quasi nulla,
se non d'essere caduto sulle turboeliche della nave e di essersi
risvegliato, come da un sogno, nel letto di casa sua, con
le gambe mancanti. Nei giorni successivi all'incidente aveva
valutato con molta calma tutte le possibili soluzioni del
suo problema di deambulazione, scartando le varie proposte
che gentili rappresentanti di multinazionali del ramo trapianti
gli andavano facendo. Dopo diversi mesi dall'incidente si
trasferì nel castello di famiglia, che dominava un'incantevole
baia sulla costa meridionale. In quel piccolo eden viveva
una comunità umana che era riuscita a mantenere una quasi
assoluta estraneità a tutti i progressi tecnologici avutisi
dalla fine del secondo millennio. La loro attività principale
era la pesca, che praticavano ancora con reti o lenze a mano,
com'era in uso nel passato. L'ingegnere, si racconta, s'appassionò
talmente a quella vita da non avere più alcun desiderio di
tornare al suo mondo e al suo lavoro. Trascorreva intere giornate
in mare, in compagnia dei pescatori locali diventati suoi
amici che, per altro, facevano a gara per averlo con loro.
Essi avevano per lo più barche di sette metri con antidiluviani
entrobordo, ma attrezzate di tutto punto per il tipo di pesca
che la stagione di volta in volta favoriva. Un mattino che
era rimasto al castello, dalla finestra della camera da letto
che guardava sul porto, vide allontanarsi la piccola flotta
di gozzi, ognuno col profilo dell'uomo seduto al timone; la
simbiosi che quegli uomini avevano con le loro barche, pensò,
era simile a quella che aveva lui con la sua sedia semovente.
Fu così che gli venne l'idea. Decise che la sua vita avrebbe
preso un nuovo corso, nel quale la sua volontà avrebbe pesato
molto di più del destino che gli aveva tolto metà del suo
corpo: al posto delle gambe si sarebbe fatto trapiantare una
barca da pesca. Ci vollero due anni per realizzare il progetto,
affidato ai geniali designer tecnomolecolari della Tirrel
Corporation, la più grossa Società produttrice di replicanti
umani. La fase decisiva ed irreversibile del trapianto ebbe
luogo nel sotterraneo del castello. Questi ambienti si trovavano
in parte sotto il livello del mare, e furono riadattati a
darsena sotterranea. Fino a quel momento nessuno aveva mai
pensato ad una darsena che fosse insieme anche casa confortevole.
Ari progettò con cura ogni dettaglio della sua dimora nell'acqua:
i vari ambienti erano collegati da canali ed ogn'uno aveva
una sua funzione, come avviene in una normale abitazione,
ma tutto a misura di barca…umana. La nuova casa era infine
collegata direttamente al mare da un canale scavato nella
roccia. Ari fu presente alla piccola cerimonia dell'inondazione
di quei vasti ambienti, dei quali il mare si appropriò tuonando
sotto le volte di pietra. Qualche tempo dopo, una lunga operazione
di biochirurgia aveva prolungato e completato il corpo di
Ari in uno scafo in fibra ossea sintetica a struttura variabile.
Era innestato al suo bacino mediante giunti molecolari che
gli consentivano la massima libertà di spostamento all'interno
della struttura. Attraverso le pareti della chiglia, egli
percepiva tutti i dati relativi all'ambiente sommerso, stabilendo
con esso una sintonia che per gli altri non era neanche immaginabile.
Ancora una volta Ari Selvon l'ingegnere, si risvegliò in una
vita che non sarebbe stata più la stessa. Lentamente, come
i progettisti della Tirrel avevano previsto, cominciò a mutare
la sua parte umana ed i primi ad accorgersene furono i suoi
amici pescatori…
continua
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