di Donato Attolico

Così è inutile insistere: bisogna cambiare posta e sperare che non ce ne siano altri. Quel giorno, invece, eravamo usciti a caccia del branco e con l'ecoscandaglio avevamo cercato e quindi trovato una grande "palla" nera sul piccolo monitor. In pesca da meno di un'ora, avevamo già raggiunto il peso legalmente consentito per ciascuno di noi, pur facendo adeguata selezione tra gli esemplari "tenuti" e quelli rilasciati perché troppo piccoli rispetto alla media del branco. Le più combattive erano senz'altro le boghe, che, quando erano due (il numero di ami da noi adoperato per poterci divertire di più) combinavano il finimondo, con stazze di due, trecento grammi ciascuna. All'improvviso i pesci hanno smesso di attaccare le esche; letteralmente da un momento all'altro sembravano scomparsi nel nulla. Con le braccia indolenzite, per il gran daffare avuto, stavamo già valutando l'ipotesi di rientrare (eravamo usciti molto tardi); si era già levato il classico Levante dell'alta pressione, si preannunciava abbastanza teso e presto si sarebbe ballato un po'. Io e Gianni, il mio amico di pesca, davamo le spalle al vento quando all'improvviso, nel silenzio del mare, abbiamo cominciato a sentire una miriade di strani suoni; istintivamente cercavo con gli occhi un eventuale stormo di uccelli marini, che spesso si annunciano solo con le loro strida, invisibili perchè volano bassi a pelo d'acqua: nulla, ma voltandomi di qua e di là, girandomi verso il vento, ho visto uno spettacolo incredibile: stava arrivando verso di noi, a vele spiegate, una grande barca di oltre dieci metri di lunghezza. Arrivava a velocità sostenuta, con il vento in poppa, le vele gonfie di energia e fortemente sbandata. Intorno a quella, tutt'intorno, saltavano, rincorrendola e precedendola, un branco di delfini che saltando, emettevano gli strani versi che si sentivano. Man mano che si avvicinava, sul fianco della barca, che l'inclinazione rendeva vicinissimo al mare, si notava sempre più dettagliatamente una ragazza con i capelli biondi cortissimi, che con una mano si teneva al tientibene della barca e con l'altra accarezzava l'acqua, cercando di toccare uno dei magnifici esemplari che di volta in volta emergevano e si rituffavano proprio vicino a lei. Sull'imbarcazione c'erano altre persone allegre e schiamazzanti (ci sono passati proprio vicino, forse troppo) ed una filmava la scena straordinaria di quegli animali che sembravano davvero accompagnare l'imbarcazione. Gianni e io eravamo inebetiti per la meraviglia e per la natura della scena; pareva davvero che il tutto fosse uscito dal pennello fantasioso di un pittore ed i due fuori posto eravamo proprio noi, con le nostre ridicole canne, a cercare nel rapporto col mare la parte meno nobile e cioè il possesso di alcuni suoi abitanti. Rapidamente barca, schiamazzi e strida passarono facendo tornare il silenzio e il sommesso rumore dello sciabordio delle onde sulla prua della nostra barchetta. Il sipario si richiudeva, restituendoci un po' più ricchi all'ordinarietà.