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Testo di Massimo Cerino elaborazione grafica di Massimo Cerino
fonti iconografiche Enciclopedia Zanichelli
Dopo
molti giorni di pioggia il sole del mattino, un sole bambino,
guardò timidamente nella caverna. Tutta la tribù dormiva ancora,
tranne Pocosonno e Forza che vegliavano l'ingresso, vicino
al fuoco che ormai andava spegnendosi. Ventodimare si mosse
a fatica, vincendo il torpore delle sue membra e liberandosi
delicatamente dal peso della sua compagna. Uscì dalla grotta
a passi incerti, annusando nell'aria fresca e pungente i salmastri
aromi della Grande Acqua, e con essi notizie di quel mondo
giovane, appena sbozzato. Aveva fame. Quel leggero vento che
spazzolava i suoi lunghi capelli gli portava via, con qualche
brivido, ultimi brandelli di sonno. Lì, nella Grande Acqua,
era possibile trovare da mangiare, se s'era bravi quanto lui
e si possedeva l'attrezzo adatto. Rientrò nella tiepida penombra
della caverna e nella poca luce che filtrava dall'apertura,
cercò di capire dove stesse dormendo Dentigialli, suo abituale
compagno di caccia. Trovarlo al buio, in quella torpida distesa
di pellicce e corpi addossati, non era facile. Inciampò rovinando
su alcuni compagni che, svegliati di soprassalto, mugugnarono
proteste in un linguaggio di spintoni e suoni gutturali. Ormai
il subbuglio aveva destato tutti da quel sonno pesante, tranne
Dentigialli, al quale occorse un supplemento di pedate per
aprire gli occhi ed un bel po' di tempo per decifrare il senso
delle vocalità e della mimica di Ventodimare. Quando finalmente
capì che il compagno voleva andare a prendere il cibo che
stava nella Grande Acqua, gli parve d'avere un buon motivo
per aprire anche l'altro occhio e richiamare in vita il restante
di se stesso. Raggiunsero il mare dopo un'ora di strada tra
le rocce che dalla caverna scendevano verso la spiaggia. Sostarono,
in fine, sul picco che dominava una piccola baia. Da quell'osservatorio,
si vedevano sempre i Braccidargento che in branco nuotavano
nell'acqua cristallina del bassofondo. A quella vista, sempre
un'eccitazione subentrava repentina, cosicchè i due compagni
si animavano nella mimica di quei ferali colpi di lancia che
avrebbero presto trafitto le squamose groppe e i fianchi argentati
dei pesci. Quel giorno, però, trovarono sotto di loro non
un limpido catino, ma un opaco e verde agitarsi di onde, in
cui era impossibile scorgere alcunchè. Dentigialli articolò
brontolii di delusione, sentendo sfumare la possibilità di
fiocinare i pesci, ed al contempo, la prospettiva di mangiare
ottimo cibo. Guardò le lunghe e sottili lance che ancora teneva
in pugno, destituite, per quel giorno, della loro utilità.
Deluso, s'accostò poi a Ventodimare, che nel frattempo s'era
accovacciato sul terrazzino di roccia, e se ne stava lì, immobile,
in una meditazione accigliata. Era l'uomo più esperto e forte
della tribù. Era un vecchio di trent'anni, scaltrito da un'esistenza
durissima trascorsa ad evitare i possenti carnivori predatori,
col naso sempre in alto a fiutarne l'odore, con tutti gli
acuti sensi rivolti alla sopravvivenza, stillando dal suo
cervello il meglio di tutto. Ora non s' arrendeva all'idea
di tornarsene indietro senza neanche un grosso Bracciodargento,
per quanto fosse anche convinto che era impossibile vederli
in quell'acqua torbida, per poterli trafiggere con le lance
come avevano sempre fatto. Anche altre volte avevano dovuto
rinunciare, sconfitti, quando la Grande Acqua s'agitava cupa
sotto di loro, ma adesso voleva restare, restare e tentare
con l'ossocurvo. Aveva notato, altre volte, come i grossi
pesci ingoiavano i bocconi di cibo e pensava di legarne uno
ad una cordicella, così da catturarlo. Occorreva solo un uncino
che, fissato all'estremità del canapo, si potesse incastrare
nella bocca del pesce, per tirarlo su. Così aveva lavorato
un piccolo osso fino a ricavarne una punta ricurva e lo aveva
annodato ad un lungo budello seccato e ritorto fino a formare
un resistente cordoncino.
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