di Vinicio Biagi

Era l'ultima ora della notte che già l'oriente si incrinava nell'attesa. Il mare quasi all'improvviso si era popolato di voci, dal buio erano emersi gli uccelli ed erano invisibili perché il loro volo era radente, quasi di rondine. "Non sono gabbiani" disse Gennaro come per ricordare che il gabbiano vuole la luce "sono sterne ma non potrai vederle perché spariranno prima dell'alba". Non le vidi infatti, ne avvertii solo, per qualche tempo le strida irose, talvolta modulate, spesso composte di una sola nota, sibilante, che pareva durare all'infinito e che si spegneva solo con l'allontanarsi del volo. Quando l'alba ricamò il buio, oil mare, immobile, era deserto , il rumore ritmico del motopesca era ormai simile al respiro che si dilata fuori dall'oppressione della notte.
La cima di Populonia ad oriente, pur coronata di chiarore, impediva ancora per poco la vista del sole, che già, verso sud, rendeva nitido il profilo tormentato del Capanne e degli altri monti elbani decorati, in basso, qua e là, di sbavatura di nebbia.
Fu allora che il silenzio ebbe fine, il mulinello cominciò a ruotare e a ricuperare i cavi che, con velocità costante, obbedendo la manovra della mano che li guidava, uscivano dall'acqua stillanti nel giorno da poco nato, passavano nelle guide e si riavvolgevano. Il tutto era naturale, quasi ovvio, avvenuto da sempre. Io aspettavo la rete e la mia ansia era forse l'unico sentimento che turbava quell'ora. La rete aveva pescato per lungo tempo radendo la vasta distesa detritica che dal Canale di Piombino si spinge fin verso le Secche di Vada sull'isobata dei 70 metri.
La "cala" dell'alba doveva essere la migliore; mi avevano infatti detto che il fondo del mare avverte la luce prima dei nostri sensi e in quella razione di giorno, "nell'albore", i pesci e le altre creature del fondale si muovono come per cancellare il torpore della notte o forse per affrettare il loro destino. Apparvero i "portoni" che spalancano la rete e furono appesi lateralmente gli "archetti" e tutto avvenne in silenzio di voci, con eleganza di gesti antichi come se la fatica del lavoro non fosse che un rituale di danza reso sincronico dall'abitudine.
Poi apparve la rete e i galleggianti disegnarono sulla superficie come un ferro di cavallo che si andava via via restringendo e furono dette allora quelle brevi parole, quasi di gergo, che accompagnano il rito del "sacco" sotto poppa, della cima che lo serra, del picco di carico che prestamente lo afferra e lo solleva. Il sacco era ormai sospeso sulla piattaforma, grondante acqua e fango, vibrante degli ultimi attimi di vita di una moltitudine proteiforme e prigioniera. Era, come sempre, fissato con occhi di speranza.
Una mano con gesto leggero liberò la cordicella che aveva sopportato, per ore, lo sforzo di quintali e la rete si aprì in una frana di forme, di colori, di fremiti. Il corpo dei paraghi trascolorava nella luce del giorno, i bagliori argentei degli altri pesci sciabolavano confusamente nella massa bruna dei detriti. Mi accorsi allora che quei paraghi ed insieme ad essi le gallinelle, le triglie, i totani, le stelle di mare, le grandi oloturie, le gorgonie divelte, avevano lo stesso colore del cielo ad oriente.
Era come se la rete, arando nel buio, avesse casualmente raccolto tanti frammenti di aurore passate. Fu allora che i gabbiani apparvero, concretizzandosi dal nulla, e chiesero la loro parte di preda. Il pescato fu rapidamente diviso: i nobili paraghi, le triglie, i naselli ebbero il posto d'onore e parimenti godettero di decoro regale quelle poche aragoste che erano uscite dalle macerie col trofeo delle loro corna miracolosamente illeso, i polpi furono isolati ed intrapresero nelle cassette un lungo e pertinace tentativo di prevaricarsi a vicenda trascurando nello sforzo anche una remota possibilità di fuga, la plebe multicolore fu ammassata senza particolari riguardi e i pascetti persero la loro identità nell'anonimato della massa. Il tutto finì rapidamente in frigorifero. Mentre la rete tornava rapidamente in pesca e il ponte lavato si andava rapidamente asciugando al sole ormai caldo, "zio" Aniello, solitamente silenzioso ricordò…
Era il 10 gennaio del 1954 (e qui la memoria fu estremamente precisa!), al largo della Calamita una motopesca di piccolo tonnellaggio ma dal nome ironicamente pomposo di "Francesco Giuseppe" pescava nella tagliente solitudine di un mattino d'inverno. Aniello ne era il comandante. Anni lontani, mari più ricchi e meno insultati, la forza di una vigorosa maturità, condizioni di vita più aspre pur in una diversa misura di esistenza, immagini di amici perduti e il ricordo di quella mattina che fu di tragedia e non poté sbiadire nella memoria.
Il "Francesco Giuseppe" tirava, per quanto potevano il suo modesto motore e il suo decrepito fasciame tentando, con una rete leggera, una rischiosa cala a "fortiere" che radeva una groppata di scogli poco conosciuti.