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Un
viaggio nelle memorie del Mare incantato ed incontaminato,
alla scoperta dei valori perduti:
un auspicio per il futuro del Mediterranaeo.
© Testo e foto di Leonardo Mastragostino
"Un
tempo, un luogo"
Anche stamani mi sono alzato presto e percorro a piedi la
battigia di questa interminabile spiaggia di sabbia fine e
bianchissima. E' questo un buon momento, di calma assoluta
di vento e di assenza del moto ondoso, che si rinnova ogni
giorno col tempo stabile al bello: il silenzio che mi circonda
esalta e permette di apprezzare i suoni naturali, sempre sommessi
a quest'ora tra il finire della notte e l'inizio del giorno:
così i primi animali, tra cui alcuni piccoli uccelli timidamente
e sporadicamente muovono dalle loro tane e nidi. Alcune tracce,
chiare e recenti nella loro impronta nitida o sconosciute
per la forma ed il lavoro operato dal vento, rendono comunque
apprezzabili numerose presenze. Ma sicuramente non vi sono
impronte umane, adesso, salvo le mie. In lontananza distinguo
i gabbiani, posati e raggruppati, tutti rivolti verso il mare.
Ora attraverso un lungo tratto costellato di piccoli fori,
ognuno al centro di un cono di sabbia: è il risultato del
lavoro di una consistente comunità di granchi che vive riparata
durante il giorno in queste tane, abbastanza profonde, per
uscire evidentemente durante la notte a procurarsi il cibo;
anche qui le caratteristiche e numerose impronte fresche,
spesso disposte a raggiera attorno ai coni di sabbia, indicano
in alcuni momenti della giornata una intensa attività di movimento.
Il sole che sorge permette di osservare brevemente le ombre
lunghe,
quasi mi trovassi in un deserto, quando i raggi incontrano
gli scheletri di una pianta contorta e con alcuni rami elevati
al cielo; chissà in quale entroterra sarà stata un tempo,
strappata poi dalla sua sponda, causa la violenza di qualche
fiume o torrente in piena, e venutasi a spiaggiare qui. Il
tempo passa inconsapevolmente e assottiglia la distanza consistente
che mi separa dal promontorio roccioso, analogo a quello opposto
che delimita questo mare di sabbia sul mare azzurro; però
questo lato si diversifica dall'altro, annullando parzialmente
l'apparente simmetria speculare dei luoghi, perché il retroterra
si eleva meno e trova sbocco un torrente di acqua limpida
che interrompe la continuità della spiaggia. Dopo una breve
sosta torno sui miei passi; il sole alle spalle mi permette
di osservare liberamente e godere meglio dello spettacolo
offerto dalla rilevante ed inconsueta profondità della spiaggia;
inconsueta anche perché praticamente allo stato naturale.
Si osserva chiaramente il lavoro del vento: sì, perché
Eolo sembra trovarsi a proprio agio in questi luoghi ed in
perfetto orario torna a soffiare quotidianamente da metà mattina
fino alla sera, entrando obliquamente alla linea di riva dal
mare e spazzando la distesa bianca. Soffia prima lieve ed
instabile e poi diviene costante e teso: con il sole sempre
più alto e sensibile sulla pelle, è apprezzato il refrigerio
che offre. Adesso i gabbiani si sono levati e veleggiano a
caccia di cibo. Prima, forse inconsciamente ma non a caso,
ho parlato di deserto: fino ad alcune decine di metri di distanza
dalla battigia la spiaggia si eleva leggermente e gradatamente,
in modo ordinato e monotono; poi il vento riesce ad accumulare,
in modo disordinato, la sabbia, giocando con la prima resistente
vegetazione, bassa e variamente distribuita. Tra questa zona
e una più lontana fitta macchia a portamento basso dapprima
e poi, più lontano, arbustivo/arboreo, il persistente vento
lavora costantemente ed accumula colline di sabbia che sono
uguali in tutto e per tutto a quelle del deserto vero. Camminando
sulle onde di questo mare chiaro si apprezza la consistenza
media della sabbia sotto i nostri passi, dove l'aria batte
sulla duna e salendo porta in alto i minuscoli granellini;
quando si giunge sulla
"cresta" dei rilievi, lo sfondo scuro delle vegetazione permette
di vedere in azione il vento che fa volare la sabbia e, dopo
il ridosso offerto dalla duna stessa, ne fa cadere molta che
qui rimane soffice e fa affondare camminandoci. Solo in basso,
tra duna e duna, la sabbia è particolarmente compatta. E'
così che le onde del mare di sabbia si spostano ogni giorno
impercettibilmente, frenate più indietro solo dalla fitta
vegetazione. E' così, probabilmente, che in tempi lontani
le strutture abbandonate di una civiltà in declino, sono state
progressivamente sommerse: le più rilevanti emergono ancora
parzialmente, come l'anfiteatro. Ora la mano degli archeologi
sta riscoprendo progressivamente queste meraviglie le quali,
non so perché, si fondono e si compenetrano con quelle naturali
in una sorta di simbiosi; credo perché fortemente aiutate,
forse è questa la spiegazione, dalla ricerca del bello perseguita
da coloro che le hanno costruite, assieme al necessario assecondamento
della morfologia naturale ed alla modestia dimensionale degli
insediamenti rispetto a quelli che conosciamo oggi. Sulla
spiaggia, tra le dune, qualcuno ha cercato in tempi recenti
di "imbrigliare" la sabbia e controllare l'opera del vento:
per fortuna le esili strutture lignee e le artificiali piantumazioni
non hanno contrastato gli elementi naturali e sono state prevalentemente
inghiottite dalla sabbia, rispuntando sporadicamente al muovere
delle onde bianche. Dove l'unica strada giunge alla spiaggia,
senza che vi possano arrivare veicoli, un cartello informa
che il luogo è un'area di deposizione delle uova di tartarughe
marine ed evidenzia dove e cosa non si deve fare per evitare
danni ai nidi. Non mi sarei aspettato, in questo remoto angolo
di paradiso, tanta sensibilità ma forse un po' di vera civiltà
è normale trovarla lontana dall'intensa "civiltà" tradizionale.
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