di Grace Pennymar

Erano ormai diverse ore che camminava sulla battigia di quella lunga lingua di sabbia che per chilometri si estendeva da Est ad Ovest, in quella remota isola dove ideali convinti di solitudine e complice malinconia l'avevano condotto. I suoi piedi calpestavano la sabbia, ora raggiunti dalle basse onde di un mare calmissimo, ora accarezzati dalla bianca sabbia asciutta nelle zone un po' più in rilievo. I pensieri, invece, erano tutti là, nella casa che aveva lasciato, dopo l'intenso dolore per quell'ennesimo litigio al seguito del quale aveva visto sbattere una porta. Ricordava poi di aveva raccolto l'orologio di cui si era spezzato il cinturino, tanta era stata la violenza di quella uscita che Laura, la sua donna, o meglio, la sua ex donna, aveva fatto dalla loro casa e, conoscendola bene, anche dalla sua vita. La brezza del mattino ormai inoltrato rinfrescava la sua pelle che il sole abbondantemente alto già scaldava con ostinata continuità. Camminando lentamente giunse ad una piccola scogliera che quasi misteriosamente fuoriusciva dalla sabbia e si spingeva fino nel mare. Per superarla non si preoccupò di entrare in acqua fino alle caviglie e fu allora che sul fondo di una conca, semisepolto dalle alghe si accorse del pareo variopinto. Lo raccolse e istintivamente lo portò gocciolante al viso aspirandone l'odore; sapeva di alghe, ma anche di una traccia di profumo indistinto che indicava chiaramente la sua recente appartenenza ad una donna. Lo tenne con sé, aprendolo perché il sole lo asciugasse e continuò così a camminare, con quella specie di aquilone tenuto ampio alla brezza e che pigramente vi si abbandonava in un movimento leggero. Camminando ancora, superò un'insenatura semicoperta da una duna e all'improvviso se la trovò davanti, a circa venti metri, sola, sdraiata al sole, o meglio quasi addormentata, tanto era immobile. Sembrava più una creatura della fantasia che una persona reale e Tony per una attimo credette di stare a sognare; da diverse ore la totale solitudine del passeggiare lo aveva convinto che su quell'isola non c'era nessun altro (cosa inverosimile). Stava sdraiata immobile, morbidamente adagiata, presa dal torpore dato dal calore del sole, la pelle ambrata; un cappellino celava il suo viso. Non dormiva, seguiva il filo dei suoi pensieri; stare lì, distesa sulla sabbia vicino al mare le infondeva profonda serenità ed il rumore della risacca sembrava cullarla dolcemente, in perfetta, ritmica sintonia con i pensieri e, forse, con ricordi di spiagge lontane nel tempo e nello spazio.