Testo di Donato Attolico illustrazioni tratte da Polpi, seppie e "Totani" di Vinicio Biagi

Solo in mezzo al mare, in una tranquilla mattinata di settembre, che una stagione incredibilmente ritardataria aveva trasformato in una gran coppa in cui mare aria e cielo si fondevano in un cocktail prettamente primaverile.
Nella mattinata c'era stato il miracolo di un refolo di vento che, venuto da chissà… dove e diretto in un posto sconosciuto, aveva per alcuni interminabili attimi portato un intenso profumo di pini, proprio come in un racconto che avevo letto qualche anno fa. Nel silenzio totale, quindi, ero di nuovo lì, ad assaporare il profumo della libertà… del pescatore sportivo; una libertà che non è fuga dalla realtà… lasciata a terra, ma ricarica per riaffrontarla al momento dell'ormeggio.
Ero uscito a polpi e già da un'ora ero lì con la mia ballonzolante trappola che pigramente esplorava il fondale; due esemplari giacevano nel secchiello e potevo già dirmi soddisfatto perché mi bastavano, ma per i polpi l'emozione è proprio nel sentire o immaginare quel che sta succedendo dall'altro lato del filo.
Pigramente davo di tanto in tanto un colpo ai remi.
Mentre ero con il pensiero fuori del mondo, ecco che sentivo l'inconfondibile appesantimento della lenza, cui faceva seguito un appesantimento sempre maggiore: finalmente anch'io avevo agganciato il polpo gigante, quello per intenderci al di sopra dei tre-quattro chili.
Era inconsueto per settembre, ma non impossibile. Poiché la trappola non aveva ami o altri ganci, lentamente portavo su la mia preda pregando in me stesso che non si staccasse: non c'era un filo di corrente o di scarroccio e speravo di vedere il mio amico da un momento all'altro nell'acqua limpida sotto di me. Alla fine il dettaglio della mia preda si delineò nel blu: era effettivamente enorme e saliva agganciato strettamente ai granchi e allo straccetto bianco.
Era nelle migliori condizioni per non perdersi. Intento a capo chino dal lato destro della barca, non mi ero accorto intanto che stavano sopraggiungendo le onde della scia di un grosso motoscafo e proprio nell'istante in cui stavo guadinando il grosso amico, ecco che la barca ebbe un brusco sbandamento e il bordo metallico del retino urtò malamente il corpo del polpo. Io, per rimanere in equilibrio, lasciavo la lenza per appoggiarmi al bordo della barca e così la mia preda, lo sapevo per tante precedenti esperienze, sicuramente era persa, libera nel suo mare. Stranamente, però, la trappola, lasciata libera, con polpo o senza polpo, non era ripiombata verso il fondo, ma la lenza giaceva pigramente fuori della barca; sporgendomi, mi ci volle poco a capire la strana situazione che si era creata: il polpo era agganciato al fondo della barca, proprio lungo la chiglia e strettamente stringeva il suo granchio; data la mole, i duecento grammi del piombo della trappola non sembravano infastidirlo più di tanto.