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Solo
in mezzo al mare, in una tranquilla mattinata di settembre,
che una stagione incredibilmente ritardataria aveva
trasformato in una gran coppa in cui mare aria e cielo
si fondevano in un cocktail prettamente primaverile.
Nella
mattinata c'era stato il miracolo di un refolo di vento
che, venuto da chissà… dove e diretto in un posto sconosciuto,
aveva per alcuni interminabili attimi portato un intenso
profumo di pini, proprio come in un racconto che avevo
letto qualche anno fa. Nel silenzio totale, quindi,
ero di nuovo lì, ad assaporare il profumo della libertà…
del pescatore sportivo; una libertà che non è fuga dalla
realtà… lasciata a terra, ma ricarica per riaffrontarla
al momento dell'ormeggio.
Ero uscito a polpi e già da un'ora ero lì con la mia
ballonzolante trappola che pigramente esplorava il fondale;
due esemplari giacevano nel secchiello e potevo già
dirmi soddisfatto perché mi bastavano, ma per i polpi
l'emozione è proprio nel sentire o immaginare quel che
sta succedendo dall'altro lato del filo.
Pigramente
davo di tanto in tanto un colpo ai remi.
Mentre ero con il pensiero fuori del mondo, ecco che
sentivo l'inconfondibile appesantimento della lenza,
cui faceva seguito un appesantimento sempre maggiore:
finalmente anch'io avevo agganciato il polpo gigante,
quello per intenderci al di sopra dei tre-quattro chili.
Era inconsueto per settembre, ma non impossibile. Poiché
la trappola non aveva ami o altri ganci, lentamente
portavo su la mia preda pregando in me stesso che non
si staccasse: non c'era un filo di corrente o di scarroccio
e speravo di vedere il mio amico da un momento all'altro
nell'acqua limpida sotto di me. Alla fine il dettaglio
della mia preda si delineò nel blu: era effettivamente
enorme e saliva agganciato strettamente ai granchi e
allo straccetto bianco.
Era nelle migliori condizioni per non perdersi. Intento
a capo chino dal lato destro della barca, non mi ero
accorto intanto che stavano sopraggiungendo le onde
della scia di un grosso motoscafo e proprio nell'istante
in cui stavo guadinando il grosso amico, ecco che la
barca ebbe un brusco sbandamento e il bordo metallico
del retino urtò malamente il corpo del polpo. Io, per
rimanere in equilibrio, lasciavo la lenza per appoggiarmi
al bordo della barca e così la mia preda, lo sapevo
per tante precedenti esperienze, sicuramente era persa,
libera nel suo mare. Stranamente, però, la trappola,
lasciata libera, con polpo o senza polpo, non era ripiombata
verso il fondo, ma la lenza giaceva pigramente fuori
della barca; sporgendomi, mi ci volle poco a capire
la strana situazione che si era creata: il polpo era
agganciato al fondo della barca, proprio lungo la chiglia
e strettamente stringeva il suo granchio; data la mole,
i duecento grammi del piombo della trappola non sembravano
infastidirlo più di tanto.
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