E. De Sabata

Testo e foto di Donato Attolico


orreva quasi in continuazione dal mattino fino a notte inoltrata ed a volte anche durante la notte, allorché qualche baluginìo fuggente risvegliava il suo istinto predatorio. Era nato in quel crepaccio otto anni prima e si può dire che in tutto quel tempo non si era allontanato più di un chilometro da quella profonda fenditura praticamente verticale, non più larga di tre metri e profonda almeno dieci. La conosceva a menadito; sapeva che la larghezza si restringeva verso gli ultimi metri di profondità e si riduceva a pochi centimetri: quante castagnole erano rimaste incastrate nella fuga disperata verso il fondo mentre le inseguiva, allorquando anziché continuare a scendere, improvvisamente si trovavano il fondo davanti ed una spaventosa quanto implacabile dentatura dietro; la fine era certa, in quell'enorme bocca coriacea, dalla mascella imponente.
La sua abitudine preferita era quella di sostare nel crepaccio in un preciso anfratto appena accennato, laddove il suo spessore di pesce era nascosto dalle posidonie che crescevano indisturbate. Certo in altre epoche riuscivano a nasconderlo molto meglio, ma ora che la sua stazza era cresciuta tanto, doveva fare fatica ad appiattirsi sulla parete; il suo scatto fulmineo però, sul povero calamaro ignaro dell'insidia o sulla saporitissima triglia che lungo la parete esplorava con i suoi baffi nelle alghe, era rimasto micidiale ancora adesso che c'erano da lanciare i suoi quasi dieci chili, così come, negli anni trascorsi, allorquando i chili erano cresciuti da uno a due, a tre e... così via. A quella profondità la luce del giorno arrivava già tenue sul ciglio della cresta, mentre nel profondo crepaccio si spegneva rapidamente, rendendolo invisibile padrone assoluto di tutto, impavido verso qualunque altro essere, compresa l'anziana, grossa, murena che abitava nella fenditura e con cui aveva stretto un tacito impegno di pace; certo un piccolo segno di un "approccio" non proprio amichevole l'aveva; era stato quando a pochi mesi di vita, proprio quella murena aveva tentato di vincerne il guizzo con un agguato non troppo ben studiato; se l'era cavata con un morso sulla coda, laddove un frammento era andato irrimediabilmente perduto.
Spesso vedeva scendere dall'alto del cibo strano: pesci morti che anziché essere portati via dalla sempre presente corrente, volteggiavano rasenti il fondo o dentro il crepaccio, trattenuti da qualcosa di invisibile alla forza dell'acqua. Più di una volta si era avvicinato incuriosito, aveva toccato con le labbra quel sapore di morte; era però sempre troppo sazio per lasciarsi tentare da un simile pasto quando lungo il suo crepaccio poteva banchettare con tutt'altre pietanze. Una mattina, mentre la marea stava salendo, vide la sua "amica" murena addentare uno di quei pesci morti e quasi sfatti nella corrente; la vide rientrare all'indietro verso la sua tana, ma prima che le riuscisse di farlo, la vide dibattere furiosamente la testa e poi tutto il corpo e poi andarsene nuotando convulsamente verso l'alto, riempiendo l'acqua di spaventose vibrazioni e salendo sempre più su, come non le aveva mai visto fare, fino a scomparire nel controluce della superficie. Non la rivide più ed un po' se ne dispiacque, anche se adesso le prede a sua disposizione erano ancora di più.
Accadde un pomeriggio, qualche tempo dopo, sempre mentre la marea montava, che ancora una volta diversi pesci morti caddero uno dopo l'altro nella zona del fondo, dispersi con criterio, quasi ordinatamente. Di nuovo tornò ad avvicinarsi per annusarne l'intenso odore di morte che portavano con sé; d'improvviso un colpo di corrente ne fece guizzare uno verso l'alto, come se fosse stato vivo; fu un attimo: l'istinto predatorio lo costrinse a lanciarsi e in un baleno la grossa sarda scomparve nella sua bocca, disgregandosi morbidamente tra la mascella ed il palato e poi dritta verso il capace stomaco.
Tornò indietro al suo solito nascondiglio lungo la parete, ma mentre si riappostava si sentì tirare all'improvviso, mentre un intenso dolore gli prendeva la gola. Impazzì dallo spavento, sì proprio lui, re del fondo, provò per la prima volta la paura di qualcosa che non capiva e che lo disorientava.
Continuava a sentirsi tirare verso l'alto con estrema violenza e a quella forza misteriosa oppose una fuga velocissima verso il fondo del crepaccio, dove si era sempre sentito al sicuro: vide scorrergli vicinissime le posidonie ondeggianti ed un granchietto che si intanò repentino, ma non riusciva più a scendere, per quanti sforzi facesse.
Un crampo gli prese la robusta coda, mentre una sconosciuta stanchezza cominciò ad intorpidirgli i grossi fasci muscolari. Ricominciava ad andare verso l'alto, per un po' lasciò fare, ma poi tentò nuovamente di raggiungere il crepaccio, con quel grande dolore che continuava a lancinargli la gola. Ancora una fuga, ma sempre meno lunga e poi ancora verso l'alto, in un nuotare scomposto che gli mostrava ora il suo amato fondo sempre meno visibile, ora la luce sempre più intensa proveniente dal cielo. Man mano che saliva sentiva l'interno del corpo gonfiarglisi sempre più, mentre la mente perdeva via via lucidità… Giunto in superficie, sfinito, dolorante e con la vescica natatoria che gli riempiva la gola, pinneggiò un poco sul fianco, mentre qualcosa continuava a tirarlo.
Si sentì sollevare mentre in un frastuono di rumori che non conosceva si sentì toccare, afferrare
e mentre cercava disperatamente di riconquistare e di respirare una acqua ormai inesistente, perse conoscenza.


Era uno splendido giorno di luglio dell'anno scorso, quando il magnifico dentice della storia rimase preso in una memorabile battuta di pesca con tecnica intermedia tra il rock-fishing ed il bolentino pesante. L'autore della cattura è stato Nino, caro amico, nella cui barca quel giorno ero ospite. Il raccontare in modo un po' romanzato quanto avvenuto quel giorno nella profondità del mare è stato ispirato dalla grande bellezza e dalla "regalità" del pesce; una regalità che è rimasta intatta fin sulla tavola della memorabile cena di cui è stato incontrastato protagonista. Un epilogo degno di una vita da " re del crepaccio".