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Orafi e bigiotterie ne
fanno orecchini, anelli e ciondoli. Si chiama "occhio
di Santa Lucia" ed è la piccola porta di casa di un mollusco.
Con
piacere affrontiamo un argomento le cui implicazioni permettono
di abbracciare aspetti naturalistici ed ecologici, culturali
ed educativi. Tutto questo è consentito dal soggetto del nostro
articolo il quale ha da lungo tempo un rapporto sfavorevole
col genere umano, casuale o intenzionale: si tratta di un
animale marino, più esattamente di un mollusco, provvisto
di conchiglia spiralata il cui nome scientifico è "Astrea
rugosa".
L'animale secerne, oltre alla conchiglia che è la sua abitazione
e la sua protezione, un opercolo calcareo ricoperto di uno
strato corneo che utilizza come "porta di casa"
quando si ritira completamente all'interno della conchiglia.
E' proprio l'opercolo che ha reso famoso e quindi molto ricercato
il nostro soggetto: questa piccola formazione calcarea prende
il nome di "occhio di S. Lucia", con il quale viene
anche comunemente ma non esattamente indicata la specie "Astrea
rugosa" nel suo complesso animale-conchiglia-opercolo.
L'occhio ha una colorazione intensa e molto bella che può
variare dall'arancio, al rossiccio, al bruno; la forma è tondeggiante-ellittica,
spiralata piatta e bianca nel lato unito all'animale, convessa
e colorata quella esterna.
Da sempre l' occhio di Santa Lucia ha trovato impiego in gioielleria
e bigiotteria nella realizzazione di deliziosi ciondoli, orecchini,
anelli, ecc.. Fino a qualche decennio fa veniva pescato casualmente
dai pescatori nelle cui reti rimaneva impigliato. L'avvento
dei respiratori autonomi ad aria compressa, e comunque l'aumento
dei subacquei anche apneisti, ha permesso a molti di scendere
nel suo ambiente naturale e ne ha permesso così una più facile
cattura, nonostante una buona mimetizzazione esterna (con
alghe ed altri organismi) della conchiglia. In molte zone
ove il mollusco era comune, è divenuto adesso assai raro e
di piccole dimensioni.
Eppure esiste un modo, innocuo per la specie, di continuare
a prelevare i pregiati opercoli soddisfacendo quindi il mercato
e la vanità femminile ma lasciando del tutto intonsa la popolazione
vivente dell'"Astrea rugosa" e permettendone quindi
una rimoltiplicazione a livelli ottimali.
Questo metodo è seguito da chi scrive, ed ha permesso di raccogliere
ogni estate decine o centinaia di "occhi" senza
alcun danno per i molluschi. Si tratta semplicemente di comprendere
che anche l'Astrea rugosa" è predata dai nemici naturali
che si cibano del mollusco lasciando sul fondo la conchiglia
e l'opercolo. Occorre quindi imparare a trovare, a vedere
nelle zone giuste gli opercoli.
Ovviamente bisogna essere subacquei, però non occorre l'autorespiratore
(anche se esso amplia le possibilità) ed è sufficiente saper
fare l'apnea quanto basta a scendere di alcuni metri. Infatti,
stando in superficie, con l'ausilio della maschera si riesce
ad intravedere sulla sabbia e sulla ghiaia (in fondali misti
di scoglio-sabbia-posidonia e, più a fondo, per chi scende
con bombole, sul coralligeno) il colore chiaro degli "occhi",
quando mostrano il lato interno; salvo la locale presenza
di rocce e ghiaia chiare, o pezzetti di conchiglie frantumate,
è generalmente sicuro che quanto si individua sia un opercolo.
Naturalmente, gran parte degli opercoli che si rinvengono,
con questo metodo vengono rovinati dall'azione abrasiva del
moto ondoso e della sabbia, proporzionalmente al tempo trascorso
dal decesso dell'animale e funzionalmente alla profondità
ed alla tipologia del fondo (effetti del moto ondoso). Normalmente
il 20, 30 % degli "occhi" trovati risulta in buone
condizioni, a testimoniare un recente distacco dallo sfortunato
mollusco. Comunque molti opercoli, quando è deteriorata la
parte colorata, vengono montati mostrando la spirale bianca,
con un effetto ancora gradevole.
Leonardo
Mastragostino
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