Come in tutti campi nei quali l'elemento umano svolge un ruolo fondamentale, anche nella pesca a traina le abitudini e le esperienze personali finiscono con il prevalere su qualsiasi altro elemento. E' per questo motivo che, al di là di quell'impronta stilistica che ormai tutti riconoscono come "fisherman", non è possibile affermare rigidamente quali caratteristiche distinguano una semplice imbarcazione da diporto da una sofisticata "fishing-machine", come usano dire gli americani.

Testo di Alessandro Carraresi

Una prova di ciò è rappresentata dalla più importante inversione di tendenza che il settore abbia mai mostrato: fino ad alcuni anni fa, qualsiasi pescatore evoluto avrebbe gridato allo scandalo, scorgendo una muta di canne da traina su un motoscafo planante, dotato di una coppia di potenti fuoribordo. Oggi, invece, soprattutto nell'Alto Adriatico, dove la cosiddetta pesca in drifting ai tonni giganti viene praticata ai massimi livelli mondiali, le barche utilizzate a tale scopo presentano spesso proprio queste caratteristiche. Vediamo perché. Quella del drifting (termine inglese che significa deriva, nel senso di azione della corrente) è sostanzialmente una tecnica di attesa: il team di pescatori giunge sul posto prefissato - talvolta a parecchie decine di miglia di distanza dalla costa - e, una volta ridotta la velocità, incomincia a preparare il campo, gettando in mare una certa quantità di esca; quindi spegne i motori, si pone al centro della zona "trattata" e fila le lenze. Tutto è apparentemente calmo fino a quando la grossa preda abbocca. La "ferrata" di un tonno gigante è impressionante. Per contrastarla, o meglio, per assecondarla, non bastano le pur forti braccia dell'angler (la persona che tiene in mano la canna in questione, restando legata alla cosiddetta sedia da combattimento): è anche necessario manovrare opportunamente la barca. Perciò, il pilota avvia immediatamente i motori e, seguendo le indicazioni che gli provengono dai compagni, si predispone a quello che può assomigliare a un serrato rodeo. E' dunque comprensibile che, tra timoneria e pozzetto, vi sia un continuo contatto ottico-acustico.

Fisherman a colpo d'occhio

Non solo feeling, dunque, ma anche un filo diretto fra angler e skipper; ed è per questo motivo, che sui cabinati, è un flying-bridge piccolo, senza parti aggettanti, a ricoprire il ruolo di stazione di guida principale, mentre la timoneria interna potrebbe anche non esistere, come nel caso di molti fisherman di produzione americana. In alcuni casi poi, la visuale dalla timoneria esterna è ritenuta talmente importante, da giustificare il suo innalzamento a livelli davvero inconsueti, mediante l'installazione della cosiddetta tuna-tower: una vera e propria torre metallica di avvistamento. Ma torniamo al combattimento. Quando la preda, ormai stremata, si lascia portare sottobordo, è necessario imbarcarla. Nel caso dei nostri amici dotati di motori fuoribordo, non c'è altro da fare che ricorrere ai raffi e alla forza delle braccia: infatti, su quel genere di barche, manca la possibilità di aprire sullo specchio di poppa una tuna-door, cioè, quel portello che consente proprio di trascinare nel pozzetto le grosse prede, senza essere costretti a scavalcare le impavesate.