Itinerari esteri: Mongolia

Sono in aereo, decollato da 10 minuti da Ulaanbaatar, capitale della Mongolia. Domani a quest’ora sarò in ufficio. Sto male solo all’idea. Solo il pensiero di riabbracciare mia moglie e mio figlio rende questa partenza meno sofferta e nostalgica.

Testo di Massimiliano Perletti - Foto di M. Perletti e A. Masseini

Impressioni di viaggio

o trascorso quindici giorni in Mongolia, di cui dieci pescando dalle rive di un fiume grandioso, affascinante, ricco di pesci, lontano dalla civiltà, da città, da telefoni, da internet. Per raggiungere il campo sul luogo di pesca che dista 400 km dalla capitale, sono stati necessari due faticosi giorni di jeep, percorrendo piste impossibili, a mala pena tracciate, guadando torrenti ed attraversando sterminate praterie.
Al campo, ad attenderci, c’era Luciano Maragni che ci aveva preceduto da due mesi per testare i fiumi ed organizzare le giornate di pesca.
Luciano ormai stanco di mangiare carne di jak ma per nulla provato, felice, glielo si legge negli occhi, di questa sua ennesima nuova esperienza di pesca e di vita. Siamo in otto. Persone diverse ma accomunate dalla passione sfrenata per la pesca a mosca e dalla voglia di viaggiare: chi per cercare, chi per fuggire, chi per dimenticare, chi per conoscere, ma tutti “per essere”; tanto per usare espressioni tratte dal libro “Della
Patagonia ed altri sogni” di Alvaro Masseini, nostro compagno di viaggio. Ed è facile “essere”, sentirsi vivi e felici di esistere, pescando a mosca nelle acque di un fiume incontaminato, tra mandrie di cavalli selvaggi, marmotte ed aquile che ci scrutano dall’alto. Il piacere di pescare in pools dove verosimilmente nessun pescatore ha mai posato la lenza, supera spesso il piacere della cattura del pesce.
Questa è la Mongolia ed il fiume in questione è il Chulut. Le giornate al campo sono tutte uguali eppure tutte diverse. Sveglia alle 8, colazione, ed alle 9 si lascia il campo a piedi, in jeep o a cavallo per andare a pescare nei tratti di fiume consigliati da Luciano, sul Chulut o, chi vuole, sul Summingol, suo affluente non meno ricco di pesce. Si rientra intorno alle 19.30, doccia calda e cena alle 20 (carne di jak, riso e minestra di verdure).
La serata trascorre veloce, tra un sorso di grappa ed uno di vodka, ascoltando gli appassionanti resoconti di Fabio su British Columbia, Canada ed Alaska, le disserzioni di Gianco sulle più sofisticate tecniche di costruzione e sui dressing più catturanti, le disquisizioni storico-filosofiche di Alvaro sulla pesca a mosca, e non solo su quella, i racconti di Luciano sui diciotto anni trascorsi a Cuba tra Cayo Largo ed i Giardini della Regina Verso le 23 si spegne la luce, pardon la candela, e sul campo piomba il silenzio interrotto solo dal rumore delle acque del Chulut che scorre a poche decine di metri.