STORIE IMPOSSIBILI



E vuoto resto anch’io a sentire quelle notizie. Mi si affollano all’improvviso ricordi, parole, avventure, una punta di rimorso per una relazione che ora sento non è stata coltivata come avrei voluto, ma che nei momenti condivisi è stata sempre sincera e sentita, da entrambe le parti. Chiedo dove riposa e mi sono fornite indicazioni precise. Decido che l’indomani, al posto dell’uscita a pesca, ci sarà la visita a Nicola. E il giorno dopo rieccomi a piedi a percorrere i sentieri del cimitero di Bari, seguendo quelle poche, precise indicazioni; e così non fatico molto a trovarmi davanti all’asciutto viso perennemente abbronzato, in una lucida fotografia. Di fronte alla lapide c’è un grande mausoleo che presenta delle basse colonnine a sostegno di un decoro architettonico a forma di catena; sembrano fatte apposta per invitare a sedersi. Lo faccio e così è come mi trovassi in un salotto, all’ombra di un grande gelsomino in fiore, in quel silenzio che ormai solo un luogo come il cimitero può dare nel centro della città; un silenzio interrotto dal frinire delle cicale e dal canto di tanti uccellini nascosti nel profondo verde dei cipressi.

DI FRONTE A ME IL SUO LARGO SORRISO,
LE MANI CALLOSE, RUGOSE SEGNATE DAL
LAVORO DI ARTIGIANO


Di fronte a me il suo largo sorriso, peccato non si vedano nella foto le mani, callose, rugose, segnate dal lavoro di artigiano; ma le immagino senza difficoltà, tante volte gliele ho osservate parlandogli, le mille volte che mi ha spiegato quanto fosse importante nella fase progettuale che precedeva la costruzione di una canna, trovare il “senso” naturale di curvatura del materiale, al fine di orientare gli anelli in modo che lo assecondassero e favorire così l’azione parabolica senza torsioni. La comodità della mia posizione stimola i miei ricordi e così ecco che le sue avventure di pesca, da lui raccontate, innumerevoli, tornano alla mente, vive e quasi profumate di quel mare che ha sempre amato. Nicola è stato un grande pescatore da terra e il suo soprannome ne è la prova. Non ha mai avuto una barca, ed al ricordo dei pesci che prendeva (e che ho visto in mille sue foto) sorrido nel ripensare a come oggi, con sofisticate tecniche, si vanno ad insidiare al largo quelle orate, ma anche quei dentici e quei saraghi pizzuti che per lui erano all’ordine del giorno nel porto di Bari. E non perché ci fossero tantissimi pesci, ma solo perché con grande semplicità concettuale Nicola riuniva in sé l’anima del pescatore e la passione del ricercatore, dello sperimentatore. E così ecco che mi torna in mente di quella volta in cui mi raccontava di una orata di oltre cinque chili, che aveva nella bocca, ben infisso nel duro palato un amo arrugginito che egli riconobbe essere suo. La seconda ferrata, magari a distanza di anni dalla prima, ad opera della stessa mano, le era stata fatale.

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